A SUA IMMAGINE

È stato un attimo. Lo zingarello intento ad attraversare la strada, sulla sua bicicletta stracarica di tetano, non l’ho proprio visto. Una frazione di secondo, e me lo sono ritrovato spalmato sulla mia Classe E, mentre percorrevo la Via Casilina, direzione Termini, alle sette e mezzo di una sera del 12 aprile. Non l’ho proprio visto. Non correvo. Non ero ubriaco. Non ero fatto. Ha attraversato fuori dalle strisce. Non l’ho proprio visto. Giuro. Ho chiamato il 118. Ho ascoltato per sei minuti il Walzer dei fiori di Ciaikovskij. Mi ha risposto una troia. Mi ha chiesto i miei dati. Le ho risposto che c’era un bambino di cinque forse sei anni incollato al paraurti anteriore della mia macchina e non sapevo nemmeno se fosse ancora vivo. La troia ha ribattuto di lasciarle fare il proprio lavoro e mi ha domandato a che altezza della via mi trovavo, meglio ancora il numero civico. Ho replicato che mi trovavo in culo a non so dove e già era tanto che le avessi potuto indicare la via in questa città di merda e comunque a parte una specie di capannone forse usato da quei bastardi figli di puttana e figli di papà di giovani che fanno i  “Rave Party”, mi trovavo in qualche specie di schifosa campagna sub-urbana. La troia rimase offesa dal mio linguaggio inurbano. Mi diede dello screanzato. Affermò che non avevo rispetto alcuno per il lavoro altrui e che lei era da nove ore in turno e oggi era pure il suo compleanno. Eruttai nel telefono non so quali ingiurie, tutte molto personali e offensive nel profondo, aggiungendo che se non avesse mandato subito un’ambulanza io stesso le avrei portato una torta di compleanno con al posto delle candeline un candelotto di dinamite e gliel’avrei spinto giù nella sua bocca di fogna fino a farla esplodere come succede nei cartoni animati. Seguì una replica simile allo starnazzare di un’anatra prossima allo stupro a opera di un brutto anatroccolo, ma venne confermata la notifica della mia chiamata.

 

Il bambino giaceva inerte ai miei piedi, la testa verniciata di sangue. Avrei voluto sentirgli il cuore, per vedere se fosse ancora vivo, ma decisi che fosse meglio non toccarlo fino all’arrivo dell’autoambulanza, e tanto a cosa sarebbe servito?
Mento. La vera ragione era che non volevo sporcarmi le mani… Ma nessuno è perfetto.
Arrivò l’autoambulanza. Le lancette dell’orologio, scoglionate per l’attesa, avevano disposto uno sciopero selvaggio. Scesero un medico e due paramedici. Il medico era calvo, smunto, giallo, un giallo epatite, il collo alla Modigliani. Uguale a una lampadina. Domandò cosa fosse accaduto. Replicai che la domanda sarebbe dovuta essere cosa “sarebbe accaduto” se non avessero mosso subito i loro sederi di “sanitari parassiti inetti del tipo Un sacco bello di Verdone” e portato all’istante il bambino all’ospedale. La lampadina rimase scioccata dal mio linguaggio, ma intimò ai due imboscati di caricare lo zingarello sull’ambulanza comunicandomi che non c’era necessità per me di venire all’ospedale ma bastava gli dessi un mio recapito telefonico nonché altri dati personali e che sarei stato in seguito contattato dalle autorità per tutti gli accertamenti del caso. Cosi feci, ma, appena la vettura salpò alla volta di chissà quale “efficiente ospedale romano”, mi ci incollai dietro. Rimasi appiccicato al veicolo per tutto il tragitto, in pratica una sodomizzazione. Giunto all’interno di non so quale nosocomio, la stronza di mia moglie mi squilla. Mi chiede dove sono, perché non sono ancora a casa e che tutti mi stanno aspettando e non è carino far attendere tutti gli invitati proprio il giorno del nostro anniversario. Sputo nel telefono un altro po’ di insulti, conditi con altre insolenze verso “gli ospiti”. Non attendo una sua replica.
Dopo due ore arriva quello che pare il dottor Kildare da giovane. Puzza ancora di latte il dottor Kildare. Mi dice che il bambino, benché ridotto assai male, si salverà grazie all’intervento tempestivo del mezzo di soccorso. Sparo ancora un altro po’ di contumelie al dottor Kildare. Mi dice che lui mi capisce, perché sono sotto shock e non voglio realmente dire quello che dico. Gli comunico che potrei tornare qui tra dieci anni e ripetere ogni parola detta così capirebbe che la penso seriamente. Farfuglia qualcosa, il dottor Kildare. Vado via dall’ospedale. Monto in macchina e guido a trenta all’ora fin sotto casa, in Via Lombardia, vicino Via Veneto. Entro. La stronza comincia a declamare di qua e di là, per questo e per quell’altro. La gente mi saluta. Amici vari. Mio cugino: lo Schifoso. Mio cognato: il Subdolo. Mio fratello: il Maledetto. Altra gente. Altri beoti scrocconi parassiti leccaculo profittatori mangiatori a ufo leccapiatti e portoghesi. Ci mettiamo a tavola. È tutto freddo. Mia moglie s’è presa trenta gocce di lexotan e ora è calma. Azzanno dei rigatoni che farebbero invidia a un attacchino. Li riposo. Qualcuno investiga circa il mio ritardo sconsiderato ma considerevole. Spiego. Illustro. Espongo. Delucido. La festa di anniversario sembra diventare una cerimonia funebre. Un silenzio imbarazzante. Scomodo.
Qualcuno domanda perché io abbia aspettato all’ospedale. Qualcuno domanda perché io abbia aspettato l’ambulanza. Qualcuno, domanda perché… Io abbia chiamato l’ambulanza.Qualcuno chiede se la macchina abbia subìto un danno. È una macchina di lusso. In serie speciale limitata. Mio cugino lo Schifoso sostiene che non si può dare così tanta importanza per uno zingarello che magari rubava da quando era ancora in fasce e, sinceramente, lui non poteva farsene una ragione del mio comportamento. Mio cognato il Subdolo afferma che il mio chiamare soccorso è stato un eccesso di zelo, come cedere il posto sull’autobus ad un arzillo cinquantenne. Il Maledetto poi, racconta di quando investì con la sua Bmw un cucciolo di Labrador, di come ne fu molto dispiaciuto e di come abbia invano provato a farlo curare dai medici del pronto soccorso degli umani che tanto umani poi non sono stati visto il loro rifiuto. Il Maledetto prosegue poi enunciando le teorie di alcuni filosofi secondo i quali non è possibile considerare “essere umano” qualsiasi “essere umano”, ma ci vogliono, per così dire, delle prerogative imprescindibili, come essere utili alla società, avere un lavoro, una cultura e soprattutto un aspetto sano e pulito, che generi in colui che ci è davanti una sensazione gradevole, ovverosia, bisogna risultare interessanti e belli agli occhi altrui, solo così, ci si potrà fregiare del titolo di “esseri umani”, e godere di tutti i diritti conseguenti. Sarebbe un po’ come definire scrittore colui che compone “coccodrilli” per un giornale, soggiunge il Maledetto.
La stronza, dopo aver risciacquato la benzodiazepina tra un mare di vino e un lago di vodka, mi assale di nuovo per aver fatto attendere così tanto l’allegra combriccola di sanguisughe e, cosa ancora più grave, aver fatto freddare la deliziosa cenetta da lei preparata con tanto amore… Con tanto amore per i soldi… Che ella sperava sarebbero venuti sotto forma di graziosi e costosi regali da parte del gruppo di sfruttatori. Ma la briosa comitiva di vampiri succhiasangue a tradimento, si dimostrò eccessivamente sobria nelle sue elargizioni, le quali, in ogni caso, non avrebbero superato il valore della cena scroccata. Ma, causa il mio ritardo, il loro progetto era in parte fallito, poiché i piatti  assemblati dalla Stronza, mal si prestavano ad essere consumati freddi.
La diatriba circa il mio “incauto” agire riprese tosto:
una donna che sembrava una Sofia Loren  dedita al meretricio definì la mia azione di chiamare e soprattutto aspettare l’arrivo dell’ambulanza “sconveniente”, dettata da un assurdo “sentimentalismo” che ella definì alquanto “bambinesco”. Una specie di bombolone, grasso quanto le mani “unte” di un impiegato statale, proclamò che era proprio grazie a gente come me, che questo paese stava andando a rotoli… di carta igienica. Raccontò come più volte era stato rapinato da comitive di zingarelli per il centro della Capitale Ladrona e di averne con tutto il cuore augurato la morte, possibilmente in maniera molto lenta e dolorosa (seguì un applauso molto sentito da parte di tutti i commensali) e che, fosse successa a lui una cosa simile, avrebbe fatto retromarcia, preso una bella rincorsa con l’auto, e passato nuovamente sul corpo del bambino. Esposto ciò, si alzò in piedi e gridò: Lega Nord! Lega Nord! Al che, un uomo sulla trentina, rimasto fino ad allora silente, si alzò da tavola anche lui e, col braccio destro steso in avanti e il palmo della mano rivolto in su urlò: il Duce! Il Duce! Ci – dà - la - luce! A morte! A morte! africani e mantovani! molte voci iniziarono a mescolarsi e, mi resi conto tutto d’un tratto che, sebbene non avessi quasi toccato cibo, sentivo che stavo per dare di stomaco. Mi alzai da tavola. Sentivo la Stronza spolmonarsi per non so quale ragione. Avvertivo i conati divenire via via più violenti, cercai di calmarmi, non avrei voluto proprio dare di stomaco no, decisamente l’avrei di buon grado evitato. Mi avviai verso la stanza da notte e mi coricai sul letto, la mano destra sullo stomaco, la mano sinistra sulla fronte grondante di sudore. Ripensai a quello che era successo.
All’improvviso, ricordai la ragione per la quale avevo investito lo zingaro.
Mi ero distratto un attimo per guardare un messaggio ricevuto sul cellulare…

Non correvo…Non ero ubriaco… Non ero fatto…

I conati stavano diventando sempre più prepotenti… E in sala da pranzo mancava solo Alda D’eusanio per incorniciare il bel quadruccio che si era venuto a creare.
Cucciolo di uomo, col trauma cranico e le gambe spezzate, anche se non mi sentirai io ti imploro di perdonarmi…
Schiacciai la testa sul cuscino, e piansi come un coccodrillo.

Andrea Mucciolo

Invia un commento ad Andrea Mucciolo