ESTASI

ESTASI

Ricordo solo un’atroce sofferenza, che bruciava ogni mia fibra nervosa, annientava il cuore, l’anima. Riporto appena alla mente quegli ultimi momenti, in cui tendevo la mano alla morte, invocandone l’aiuto, per liberarmi dalla mia miseria umana. Appena un ricordo vago, sbiadito, oramai quasi insignificante. Riesco a malapena a rivedermi lì, mentre con le ultime energie rimaste in corpo e nella mente tentavo, in un modo penoso, di aggrapparmi a quel minimo che ancora mi rimaneva. A trovare una forza lenitrice, che mi desse la tempra non di continuare bensì di sopportare. Forse riesco a vedermi ancora, in procinto di soccombere ad un incommensurabile spasimo dell’anima.
Poi, niente più. Anzi, l’evento più straordinario di tutta la mia esistenza. Nulla mi feriva, all’improvviso non ero più la vittima della cattiveria umana, ero anzi un privilegiato benedetto da una felicità estrema. Ogni cosa era bella, le lacrime erano divenute delle piccole gocce di miele, che assaporavo come rito per il totale abbandono del dolore.
Tutto era melodioso, soave, celestiale.
Una sorprendente orgia di delizia e beatitudine iniziò a penetrare ogni mio poro, ogni mio follicolo, a infiltrarsi nel mio cervello torturato, nel mio cuore dilaniato, nella mia anima tormentata. Un’entità meravigliosa prese possesso di me, mi fece parte di lei, io ero l’entità e lei era divenuta me, ci eravamo fuse e ne era venuta fuori una creatura che non conosceva più la tribolazione, l’infelicità. Questo essere regnava sul mondo, sull’universo, ne era divenuto il padrone. Vidi la Terra, l’intero pianeta Terra, una piccola biglia che tenevo nel palmo della mano destra, così, tanto per gioco, e che forse avrei scagliato il più lontano possibile da me, perché tanto non avrei avuto più bisogno di niente e di nessuno, poiché io stesso sarei stato il procreatore unico e assoluto della mia estasi estrema.
Iniziai a volare alto nel cielo, sopra i mari, le montagne, sentivo l’aria gonfiarmi i polmoni; l’acqua salata del mare, improvvisamente divenuta dolce e che gentilmente mi rinfrescava il viso, così ardente di vita. Ma in realtà, l’aria ero io; io ero l’acqua salata; io ero tutto. Non c’era più limite per me, ero l’essenza della vita e della gioia, la sublimazione di ogni beatitudine terrena ed eterea. Correndo ad ampi passi mi incamminai verso gli anelli di Saturno, girai attorno a quel pianeta non so quante volte e quando ne fui stanco, con un calcio lo spedii nel recesso più recondito della galassia. Allora incominciai a prendere a calci anche gli altri pianeti, eccetto la Terra, che forse aveva ancora un minino di significato, disperdendo ogni corpo celeste lontano da me in questa specie di baccanale purificatorio.
Mi ritrovai poi, immemore di tutto e di tutti, la gioia brulicante dentro di me, ebbra ancor prima della libagione finale, già tripudio dei sensi senza la fermentazione del mosto dell’anima; affamato del mondo sempre negatomi, visto in cartoline strappate e ingiallite, osservato negli occhi a specchio della gente. Allungai la mano destra e tra pollice e indice strinsi la ora piccola e indifesa Terra, questo piccolo mondo fatto di artisti, di principi, di barboni, di puttane, di criminali, di bambini, di alberi, di case, di palazzi, di cani, di mele, di fiumi, di donne, belle, brutte, di uomini, di…

Un solo boccone. Avevo ingoiato un mondo intero. Senza sentirne il sapore. Anzi, una leggera punta di amarognolo.
Deglutii a fondo.
Un peso nello stomaco. Un mattone.
L’amaro aumentava sempre più.
Cresceva, si estendeva, come fiele tracannato per ubriacarsi.
Non avrei mai dovuto mangiare il mondo. Ora ero l’unico essere umano. Ero solo. Per sempre.
Inclinai la testa verso sinistra. Un urlo muto si levò nell’anfratto del mio cuore, nel ricettacolo dei miei pensieri più celati e nauseanti.
Osservai la siringa sporca, sudicia e maledetta, caduta per terra. Una sbavatura di sangue rappreso mi pitturava l’avambraccio. Un ruscello di lacrime correvano per il mio viso, infradiciando un cuscino già imbevuto del mio freddo sudore.
Immobile, incapace all’improvviso di muovere un solo muscolo, implorai la mia dea, detentrice di ogni mia letizia, portatrice del mio giubilo, chiamai a soccorso la mia amica, la mia stella, la mia Eroina… Provai un’ultima volta a stendere il braccio verso di lei, inutilmente. E allora desiderai la vita, quella vera, infelice ma fatta per gli uomini, di cose reali, bramai per un’ultima occasione, per l’ultima possibilità per un essere tanto miserabile. Ma il gelido alito della morte mi esalò in viso e in un ultimo sforzo estremo ma dolce di dignità dell’anima, la mia preghiera raggiunse il Signore che tutto sa e tutto può.

Andrea Mucciolo

 

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