ET VOILA'

«Eddai Andrea, non fare il prezioso, raccontaci una delle tue storie!», mi incitò Sara.
«Sì dai, Andrea, moriamo tutti dalla voglia di sentire un tuo racconto!», seguitò Matteo, il ragazzo di Sara.
«Ragazzi, lo sapete, a scrivere potrò al limite essere anche bravino, e dico proprio al limite… Ma a parlare proprio no, mi emoziono troppo…».
«Eeehh…!», si levarono tutti in coro.
«Guarda che non ti mangiamo mica eh, e poi sei tra amici!», ribadì Eleonora.
Il fuoco del camino ardeva placidamente nella baita, e ogni tanto un guizzo di una fiamma s’andava a posare per un attimo sulla faccia di qualcuno di noi, e la faceva scintillare in una maniera un po’ inquietante, gotica, quasi tentasse di mostrare il lato oscuro dei nostri cuori, qualcosa di inconfessabile. Questo mi ispirò.
«E va bene, c’è un racconto che porto nella mia mente oramai da tanto tempo, ma che non ho mai avuto il coraggio di scrivere, perché non so se il pubblico sia maturo per esso».
«Eeehh… Ma dai su, adesso non te la tirare eh, guarda che tanto a noi non ci impressioni», dichiarò Alberto.
«E così noi saremmo “il tuo pubblico”? e non i tuoi amici? Ah bell’amico che sei Andrea, mica ti ci facevo così», proclamò Serena, fingendosi risentita.
«Ma no che c’entra… Intendevo dire “il mio pubblico” per indicare chi mi legge… E in ogni caso non lo dico così, tanto per fare un po’ di scena… È che è veramente un racconto un po’ particolare… E forse qualcuno potrebbe diciamo ehm… Risentirsi, per così dire».
«Ma questa storia è più particolare di te? Perché altrimenti non c’è nulla che possa più sorprenderci avendoti conosciuto!», assicurò Flavia ridendo di gusto, e, in breve, il piccolo ricovero montano echeggiò delle risate vigorose ma amichevoli dei miei compagni.
«D’accordo, io comunque vi ho avvertito… Allora… Una sera di maggio del…»

 

Una sera di maggio del 1989 mi trovavo a cena a casa del mio amico Fabio, il quale, d’accordo con la moglie, aveva deciso di invitarmi. Malauguratamente, c’erano anche Massimo, Norberto, Claudio e Alessandro. Sottolineo il fatto, che quest’ultime quattro persone da me citate, non erano assolutamente amici miei, ma, come Fabio, colleghi d’ufficio. Con Fabio avevo da subito stretto un intenso rapporto d’amicizia, perché s’era sempre dimostrato una persona leale e sincera, al contrario di quegl’altri quattro soggetti, i quali erano solo rifiuti umani, e tossici. Ma Fabio era fatto così, proprio non riusciva a scansare la gente da lui, non era capace di portare rancore, e socializzava con tutti, anche se non lo meritavano. In parte apprezzavo questa sua qualità di “buon samaritano” e, sicuramente, avrei avuto molto da imparare da lui, io che mi segnavo ogni offesa con un nodo al dito. Tuttavia, quando qualcuno non mi rispetta, non avrà mai la mia comprensione. Forse non avrei dovuto accettare quell’invito e, anzi, avevo ripetutamente espresso le mie riserve a Fabio, ma lui insisté così a lungo, che alla fine fui sopraffatto dalla sua tenacia.
La cena, per quel che poté importarmi, andò bene, fin quando Norberto non aprì la sua fogna ancor più del solito.
«Sapete, io so una cosa che nessuno di voi sa».
All’inizio, non sospettavo proprio nulla, pensavo fosse una delle sue consuete stupidaggini, invece no.
«Dai Norbe’, dicci cos’è», incalzò Alessandro.
«Ad Alessio piace Paola». Parole dette così. Ma l’anima mi si gelò. Il viso mi arrostì, non so ancora bene se più per la vergogna o per la rabbia. Un silenzio fastidioso era calato in quella casa. I miei occhi cercarono quelli di Fabio, ma lo vidi con lo sguardo fisso in un bicchiere vuoto che teneva nella mano destra. Allora mi girai verso sua moglie, ma ella fissava un oggetto invisibile a mezz’aria. La moglie di Fabio si chiamava Paola.
Bastarono pochi attimi e la mia mente tornò indietro di un anno, a quando Paola, per alcuni mesi, aveva lavorato assieme al marito nella compagna assicurativa della quale eravamo tutti noi dipendenti.
Purtroppo era vero.
Avrei potuto negare, ma troppi secondi erano passati da quella affermazione, e il mio silenzio, nonché la mia espressione, erano fin troppo eloquenti.
Norberto aveva semplicemente tirato a indovinare, o forse sospettava realmente qualcosa, magari perché mi aveva visto qualche volta intento a fissarla. Che stupido che ero stato, proprio non mi rendevo conto di come alle volte uno sguardo possa parlare più di mille parole. Mi ero tradito da solo e, tentare di negarlo, mi avrebbe in ogni caso condotto in un vortice di parole che nemmeno io sarei poi stato in grado di gestire. Ad ogni modo il danno era fatto, e la mia amicizia con Fabio quasi certamente rovinata per sempre.
Certi sentimenti, tipo questi, probabilmente vengono sempre sospettati, ma dirli apertamente è ben altra cosa, e lasciano una falla che non si potrà mai richiudere.
Reduce da una relazione fallita, avevo lasciato che la mia attenzione cadesse sulla donna di un altro, senza curarmi che ciò potesse essere notato e, circostanza ancora più grave, la donna in questione era la moglie di un mio amico.
Ricordo che mi alzai da tavola senza dire una parola, presi la giacca e, mentre mi avviavo verso l’uscita, le risate di Norberto, Alessandro, Claudio e Massimo riempivano l’aria di un fracasso maligno e sinistro. Prima di chiudermi la porta dietro, mi voltai un attimo, e vidi Fabio che ancora scrutava il suo bicchiere vuoto, e Paola che ancora fissava l’oggetto invisibile che solo lei avrebbe potuto vedere.
Mentre scendevo le scale sentivo le gambe cedermi, e una volta mi fermai temendo che stessi per dare di stomaco.
Rientrai a casa, e mentre mi toglievo i vestiti per andare a dormire, esaminai la mia immagine nello specchio dell’armadio, e capii che da quella sera la mia vita sarebbe cambiata per sempre.
La mattina successiva presentai le mie dimissioni. Mi fu concesso di lasciare subito, senza preavviso. Mentre mi avviavo verso l’uscita incontrai Fabio, gli dissi: «Ascolta Fabio, non sai quanto mi dispiace…». Le mie parole abbracciarono l’aria, Fabio già eclissato nel suo universo di inquietudini.
Non seppi mai se Fabio ce l’avesse con me, oppure se fosse semplicemente sconvolto o addolorato da quella rivelazione, fatto sta, che io non lo cercai mai più, e lui non cercò più me. Mi domando soltanto se fosse stato così ingenuo da proseguire il rapporto con quei quattro maledetti, o se si fosse reso finalmente conto di che razza di feccia di umanità fossero. Ma neanche questo lo venni mai a sapere.

Qualcuno giudicherà la mia scelta d’andarmene troppo frettolosa, un sistema adatto forse per un bambino, ma inopportuno per una persona adulta. Sì, però il fatto è che io non ero maturo proprio per nulla e anzi, sentivo che il semplice tentare di affrontare tutta la vicenda, mi avrebbe ferito e umiliato ancor di più.
Quindi, non fu esattamente la paura di fronteggiare la situazione in sé per sé, quanto piuttosto il timore delle conseguenze che ne sarebbero potute derivare.

Morire non è brutto: lo diventa soltanto se si muore pur rimanendo in vita. Questo era quanto accaduto a me.


………………………….

Da impiegato in una compagnia assicurativa a cuoco in un ristorante ce ne passa, eppure, è quanto capitato a me. Tutti vogliono fare gli impiegati: trovare quel lavoro alle assicurazioni era stata una fortuna e, si sa, la fortuna non è solita concedere “bis”.
Da ragazzo avevo lavorato per parecchie estati nella trattoria dei miei zii e, sebbene non avessi mai frequentato nessun tipo di scuola di cucina, posso affermare senza timore che avevo raggiunto un’abilità degna di nota.
Ripescando amicizie oramai defunte, e calpestando il rispetto verso me stesso, implorai chi di dovere di trovarmi lavoro almeno come aiuto cuoco. Sapevo che mai avrei potuto competere con gente che aveva frequentato scuole specifiche e con anni d’esperienza ma, non avete mai sentito come alle volte proprio da eventi negativi ne nascano di positivi? Piacqui. Sì, almeno la mia cucina piacque. Così, dopo quella brutta serata di più di dieci anni prima che mi aveva portato a licenziarmi, ero diventato un vero cuoco rifinito, l’orgoglio del mio principale. Ogni mia iniziativa veniva apprezzata, dal capo quanto dalla clientela. I miei ingegnosi piatti piacevano dai tre ai novant’anni, e in dieci anni, il mio stipendio era passato dalle iniziali settecento mila lire, a due milioni e mezzo al mese. È vero, lavoravo molto, anche dodici ore al giorno, ma il mio datore di lavoro mi rispettava sul serio, mi trattava come un suo pari, e questo mi dava tutta la forza e la passione necessaria per dare il massimo.
Avevo anche una moglie: Jessica, papà italiano, mamma irlandese. Era un viagra umano, mi ritenevo non fortunato, bensì magico. Sì, ero stato magico, poiché ero stato ucciso dalla cattiveria umana, ma avevo trovato la forza di rinascere, come la fenice, solo che ero venuto fuori molto meglio di prima.
Quando mi guardavo nello specchio, vedevo un bell’uomo di quarant’anni, che aveva preso la vita per i testicoli e le aveva urlato: “Sputa fuori tutto quello che è mio, perché solo io ho il diritto d’averlo, e dammi tutto ora, all’istante, perché sono stanco di farmi passare avanti dagli altri e bada bene non mi infinocchiare altrimenti con queste mie stesse mani io ti ammazzo e faccio fuori chiunque sia amico tuo…”

Fare la voce grossa serve. La vita spesso bluffa, ti fa credere che in mano ha un poker d’assi e invece non ha nemmeno una coppia di due. Bisogna avere coraggio di vedere le carte della nostra vita, perché Ella ha più paura di noi di quanto noi ne abbiamo di lei.
Se mi fosse successo adesso quanto accaduto dieci anni prima, certamente avrei reagito in una maniera completamente diversa.
Sono proprio le azioni di cui in seguito ci pentiamo a migliorarci, perché ci offrono l’opportunità di esaminarci a fondo, di metterci in discussione, ed è da lì, che il nostro cammino per diventare esseri umani migliori può avere inizio.
L’unico problema è il fatto che alle volte facciamo errori talmente grossi dai quali non c’è possibilità di riparazione.

 

Il duemila era finalmente arrivato, e senza il “millenium bug”, con buona pace dei beoti iettatori.
Ovviamente il ristorante per il quale lavoravo sarebbe rimasto aperto anche a Capodanno e, come tutti gli altri anni, sarebbe stato il mio compito quello di inventare una ricetta speciale per l’occasione. Questa volta mi sentivo un po’ in crisi, tipo la “crisi da foglio bianco degli scrittori”. Ma poi, casualmente, senza volerlo e senza aspettarcelo, troviamo qualche cosa che ci suggerisce un’idea. Sarebbe stato un piatto con il quale mi sarei potuto giocare la reputazione, qualora non avesse riscontrato successo. Ma ormai ero divenuto un vero cuoco professionista, e sentivo di poter rischiare. Cominciai diversi giorni prima la preparazione, e non fu facile. Proprio non riuscivo a decidermi circa la tecnica di cottura più idonea, oppure quali fossero le spezie più saporite da usare. Certe cose vanno fatte bene, sennò è meglio lasciar perdere. Consultai decine di libri di cucina, ma alla fine giunsi ad una conclusione: doveva essere una ricetta mia e basta; unica. Sarebbe stato un errore scopiazzare ricette ben note, avrei invece dovuto dar fondo a tutto il mio estro creativo.
Perché il mestiere di cuoco si può a ragione considerare un’arte e, come tutte le arti, che siano la pittura come la scrittura, o, per l’appunto, la cucina, vengono sempre generate con dolore, giacché solo una catarsi per mezzo della sofferenza potrà donarci quella sublime letizia a lungo anelata.

………………………..

«Alessio! I clienti sono infervorati dal tuo piatto, mai vista una cosa simile… Ragazzo, tu sei un vero genio, per la miseria! Ti darò il dieci per cento dell’incasso… E che diamine! Se tutti i cuochi fossero come te aprirei una catena di ristoranti e diventerei ricco!».
Benché io abbia sempre considerato il mio capo una brava persona, puntuale ogni mese e preciso nel conteggio delle ore straordinarie, sapevo che non m’avrebbe mai dato il dieci per cento dell’incasso; erano parole buttate lì così, quasi senza volerlo, ed inoltre, quella percentuale sarebbe stata troppa in ogni caso. Ma non mi lagnavo: avevo avuto successo e questo mi bastava. Non sono una persona avida.
«Alessio… Alessio, ti prego!», il capo sembrava sul punto d’esplodere dall’eccitazione, «i clienti hanno chiesto di te, vogliono incontrare il cuoco, vogliono sapere la ragione di tanta bontà… Oh ti prego Alessio va’ subito, va’ dai clienti…».
«Va bene, ok, si calmi signor Vincenzo o le scoppierà quella vena sulla fronte», adoravo sfotterlo per quella vena che quando era o troppo felice, o pazzo di rabbia, sembrava essere sul punto d’esplodere.

I clienti che mi interessavano in particolare erano tre: ossia, sarebbero dovuti essere quattro, tuttavia, uno s’era diciamo… Ehm, “perso per la strada”.

Fu due settimane prima che vidi la prenotazione a nome “Crocetti”, il cognome di Alessandro. Pensai subito che fosse quel Crocetti, in quanto il ristorante si trovava vicino la sua seconda casa. Sapevo, inoltre, che sarebbero venuti anche Norberto, Claudio e Massimo, dato che da tempo facevano comunella fissa senza le loro “consorti”, usando detto termine solo per non diventare volgare. Non era la prima volta che si trovavano a passare per il mio ristorante, solo che finora il mio estro creativo non aveva ancora raggiunto livelli tali da permettermi quello che feci in quell’occasione.
Il “gattino smarrito” era in effetti Norberto, per cui il gruppo era rimasto in tre. Fu una grande fortuna che Norberto, per affaracci suoi, fu costretto a venire da solo, e non assieme a tutti gli altri. Una coincidenza propizia e direi anche auspicata. Fin dal loro arrivo iniziai a sbirciare dalla cucina. Li vidi nervosi, fare chiamate col cellulare, per cercare di investigare circa il ritardo dell’amico. Tuttavia, dopo un po’ di tentativi infruttuosi, si misero a mangiare: da veri amici.
Piergiorgio, il cameriere, mi disse che proprio loro erano rimasti i più entusiasti di tutti del mio stufato, ed erano desiderosi di vedermi. Mai avrei potuto deluderli.
Presi un vassoio e quella specie di campana con cui si copre. Scesi in cella frigo, scartai un oggetto avvolto nel cellophane, lo misi sul vassoio, ci riposi sopra la campana e risalii.

«Faccio in un attimo!», comunicai ai miei tre aiuto cuochi mentre, di buon passo, uscivo dalla cucina con il vassoio sulla mano destra.

«I lorsignori hanno forse chiesto di me?», domandai gravemente. Appena mi videro, dopo l’iniziale stupore, venne il loro offensivo e provocatorio sarcasmo, condito allegramente da grasse risate.
«Aho’, an’ vedi chi ce sta!»
«E’ ricicciato il nostro amico Alessio! Ragazzi un applauso ohe!». Un applauso pacchiano seguì tosto.
«Grazie, grazie… Sono commosso e, di fronte a dei grandi estimatori del mio talento culinario come voi, ho deciso di fare uno strappo alla regola e, quindi, vi svelerò il segreto dell’eccezionale bontà del mio stufato di carne…», per tutto il ristorante calò un silenzio sepolcrale. Solo alcune risatine sciocche e soffocate dei tre balordi si potevano ancora udire, ma presto sarebbero cessate anche quelle.
«Signore, signori, vi presento il mio ‘Estouffade a la tête dû “ chezz”…’ Un attimo solo… Et voilà!»

Il faccione paffuto e sorridente di Norberto salutò i commensali dal vassoio in silver.

Quello che avvenne successivamente evito di raccontarvelo per ragioni di decenza.

 

Mentre scrivo protetto da sbarre e secondini, immagino quello che penserete di me. Scommetto che vostra opinione è che io sia stato troppo eccessivo, spropositato, nella mia vendetta. Ma, vedete, io sono sempre stata una persona molto corretta e, quando ricevo qualcosa, è mia abitudine restituirla… E con gli interessi!

 

In quel rifugio montano dove ci trovavamo nell’inverno del 2001 era sceso un silenzio assordante, perdonatemi l’ossimoro.
Il fuoco era ormai morto, e il freddo penetrava fin dentro le ossa.
«Allora ragazzi, su ditemi, che ve ne pare?… Non pensate male, vi prego, il racconto va inteso in maniera allegorica e ironica, sapete che nemmeno a me piacciono i dettagli truculenti, ma alle volte sono necessari… E comunque vi avevo avvertito, è vero o non è vero?».

Da quel giorno nessuno mi rivolse più la parola.

Andrea Mucciolo

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