GLI AMICI        

Paolo chiamò Enrico, che a sua volta telefonò a Stefano, il quale, di conseguenza, avvertì Sergio, che infine informò Mauro. La notizia era grave. Di quelle che ti lasciano senza parole. Una volta circolata, fu per tutti un pugno nello stomaco. Nessuno ci avrebbe voluto credere, ma l’informazione proveniva dal diretto interessato, quindi non c’era posto per il dubbio: Roberta aveva mollato Marco. Una catastrofe. Una batosta che lasciava tramortiti. Dopo anni passati assieme come coppia modello, un amore leale, genuino, quasi un esempio per gli altri, la loro relazione era giunta al termine. Una riconciliazione non appariva probabile.
«E’ una notizia bruttissima», affermò Paolo appena lo seppe da Marco.
«Ma perché l’ha lasciato?», domandò Enrico a Paolo.
«Lui la tradiva».
«Ah!», esclamò Enrico.
«No!», urlò nel telefono Stefano.
«Che razza di imbecille», decretò flemmatico Sergio.
«Non ci posso credere…», borbottò Mauro.
I cinque amici decisero di vedersi, per tentare di stabilire quale fosse la maniera più opportuna di comportarsi.
«Marco è distrutto», ribadì Paolo alla piccola assemblea creatasi nel “Rollo bar”, e tutti quanti scandirono all’unisono un “Già” annegato in giganteschi boccali di birra.
«L’ho risentito poco fa», proseguì Paolo, «ha detto che vuole farla finita, che il rimorso per quello che ha fatto lo sta schiacciando con tutto il peso possibile. Quasi sicuramente non penserà sul serio di suicidarsi, sono parole che si dicono in questi casi, così, senza pensarci troppo… Almeno, voglio sperare che sia così».
«Marco non ce la farà mai, lo conosco bene. Ammesso che non si spinga al punto tale da togliersi la vita, che tipo di esistenza gli si prospetterà mai? Un continuo susseguirsi di depressione, alcool e psicofarmaci, ecco come procederanno le sue giornate. È stato uno sciocco a tradirla, ma ora la sua esistenza s’è frantumata al suolo», comunicò tristemente Sergio.
«Hai ragione, non voglio nemmeno pensare in che stato si trovi ora, mi dà una pena enorme», enunciò Mauro.
«Perché l’ha fatto, solo questo mi domando, il perché l’abbia tradita», interloquì Stefano, scuotendo più volte la testa e alzando lo sguardo al cielo.
Enrico, rimasto fino ad allora silente, girandosi e rigirandosi più volte il boccale di birra tra le mani, sembrò come galvanizzato, parve quasi destarsi da un sonno profondo e, protendendosi in avanti sul tavolo, urlò: «Certo, però è anche colpa sua, non dimenticatelo!». Non appena l’informazione, peraltro inutile e scontata, venne digerita dall’infelice brigata, tutti esclamarono all’unisono: “Già”, affogando nuovamente la parola nel regno del luppolo.
«Adesso è tardi», intervenne nuovamente Stefano, «andiamocene a casa, domani ne parleremo con più calma». La proposta fu approvata all’unanimità, non prima, però, de “l’ultimo giro”.
Dopodiché, i cinque amici si congedarono, e ognuno si diresse verso la propria abitazione. Qualcuno di loro, trovò ad aspettarlo una moglie o una compagna, che gli aveva tenuto caldo il letto. Qualcun altro, si ritrovò invece in una casa fredda e trascurata.

 

«Pronto… Pronto? Pronto!».
«…Paolo… Ti ho svegliato? Sono Roberta».
«Eh? Ah Roberta… No, dimmi».
«Paolo è successa una cosa terribile…».
«Roberta… Roberta, perché piangi? Cos’è successo? Roberta?!».
«Marco è all’ospedale… È stato picchiato da un teppista al distributore di benzina, ieri sera, mentre usciva per recarsi a lavoro… Io…».
«Roberta, non dire nulla, ora avverto gli altri e saremo lì al più presto».
«Grazie».
«Dove l’hanno portato?».
«Al policlinico».
«D’accordo, saremo lì il prima possibile».

 

 

Marco, imbottito  di antidolorifici, appena cosciente, tentava invano di ignorare il dolore che, infischiandosene della morfina, non gli dava tregua. Immobile sul letto, con bendaggi ovunque, se non fosse stato per la presenza della flebo, conficcatagli senza delicatezza nella vena, qualcuno avrebbe potuto scambiarlo per una mummia. 
«Come sta?», domandò Enrico a Roberta, appena furono tutti e cinque davanti alla sua stanza.
«Molto male. Il chirurgo che l’ha operato ha detto che nemmeno lui potrebbe affermare con certezza di essere riuscito a sistemare tutte le ossa rotte. Dovrà in ogni caso sottoporsi ad altri interventi, almeno tre, mi hanno detto. Chiunque sia stato non s’è certo risparmiato».
«Ma perché?», chiese Paolo.
«Una rapina… o, almeno», Roberta fece un gesto in aria con la mano, come di chi suppone qualcosa, «per quel che ho visto, il portafogli non lo ha più con sé».
«Che bastardo», sibilò appena Stefano. «Possiamo vederlo?».
«Sì, ma solo un attimo… Deve cercare di dormire». Uno dopo l’altro entrarono nella stanza, per guardare l’amico di sempre, il grande Marco, ridotto come un manichino buttato in una discarica.
«Marco, ci sono i tuoi amici, sono corsi subito, hai visto?».
Aprendo appena la bocca, movimento che con tutta probabilità gli aveva riportato il dolore allo spasimo, Marco sospirò un “Ciao ragazzi” e richiuse gli occhi.
«Adesso è meglio lasciarlo solo, forse la morfina avrà iniziato il suo effetto».
«Certo», rispose Sergio.
Mentre tutti e cinque si stavano avviando verso l’uscita, Paolo fermò un attimo Roberta, la prese da parte e le domandò: «Non sono affari miei ma… Cosa conti di fare?»
«Mi reputi sul serio così cinica e menefreghista?».
«Aspetta, mi hai frainteso, volevo solo dire che…».
«Ti ho capito perfettamente Paolo, e posso confermarti immediatamente la mia intenzione di rimanergli vicino. Non gli perdono quello che ha fatto, ma dopo che l’ho visto ridotto in questo stato, dopo che mi sono vista piangere tutta la notte, ho capito che lo amo ancora. Ora ha bisogno del mio aiuto e gli starò accanto. Poi si vedrà».
«Ho capito. Non volevo mancarti di rispetto, scusa. Ora vado e… Per qualsiasi cosa, ricordati che ci siamo sempre tutti per Marco».
«Lo so. Grazie di cuore». Roberta tornò nella stanza con Marco, mentre i cinque amici si tuffarono nella gelida aria di gennaio, con un vento glaciale che solo parzialmente riusciva ad asciugare i loro occhi lucidi. 

 

Quella sera stessa, mentre Sergio era in casa tutto preso dalla preparazione della sua cenetta da single, ricevette un S.M.S di Marco, che solo il Signore sa dove avesse trovato la forza di comporlo:

                                 so ke sei stato tu 
ha detto ke torna cn me 
grazie

 

Sergio fu un attimo preso di sprovvista, lui indossava il casco, non se l’era mai tolto, ne era certo, com’era possibile…? Poi ricordò… Già, il casco, quel casco con il teschio disegnato sopra, proprio Marco glielo aveva regalato. Che stupido che era stato a mettersi proprio quello, pensò. Un vero idiota.
Fece una piccola risatina, e rispose:

Ma figurati, sennò a che servono gli amici!


Andrea Mucciolo   

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