LA CURA

Un uomo di trentadue anni procedeva, sorretto dalla moglie, per le scale che portavano all’entrata del Policlinico Neuro-osteopatico. Nessuno ci credeva, tantomeno l’uomo. La “Nerodistrofiamolecolareossea” non faceva prigionieri. Mesi di pellegrinaggi da un medico all’altro, professori, primari, ricercatori e addirittura scienziati, ma l’unico risultato era stata una decisa e demoralizzante scossa del capo. Niente da fare. Nessuna cura esistente. Le sue ossa avrebbero via via perso sempre più consistenza, si sarebbero indebolite a tal punto, che l’uomo non sarebbe stato più in grado di muovere un solo arto del corpo. Di pari passo, anche i muscoli e le fibre nervose avrebbero iniziato il loro processo degenerativo, che avrebbe pregiudicato molte delle funzioni primarie del corpo umano. Infine, le ossa in particolare, si sarebbero sbriciolate completamente, facendolo diventare una specie di fantoccio immobile, che non attendeva nient’altro che una morte imminente. ‘Questo è l’ultimo medico che vedo’, si riprometteva ogni volta l’uomo. Almeno venti volte se l’era giurato. Poi, un giorno, un vecchio amico del malato, sparito da diverso tempo a causa, si mormorava, di una grave forma di mielosi multipla, raccontò di come, sebbene condannato a morte sicura da decine di dottori, avesse trovato la sua straordinaria guarigione all’ospedale specializzato in malattie ossee. “Io, comunque, non vi ho detto nulla”, s’affrettò a puntualizzare Enrico, l’amico dell’uomo, “E non accennate minimamente al fatto che loro possano guarire Marco, potreste far saltare tutto… Aspettate che siano loro a tirare fuori l’argomento, è inutile che siate voi a chiederlo. Se vi domandassero come mai avete scelto proprio quell’ospedale, girate attorno alla domanda,  inventate qualche frottola, quello che volete, ma non fate il mio nome, vi prego”.
“Per me, è un pazzo”, confidò quel giorno Paola al marito, appena Enrico se ne era andato.
“Tentiamo, potrebbe aver ragione, è sempre un mio amico”, precisò Marco.
“Sì, ma non capisco il motivo di tutti questi misteri”, ribadì Paola.
“Neanche io, ma, onestamente, non me ne importa proprio nulla”.
Non era una costosa ed esclusiva clinica privata, al contrario. Non un centesimo bisognava sborsare. Paola aveva chiamato per avere ulteriori informazioni e, dall’altra parte del telefono, una volta saputa la malattia del marito, gli avevano  subito fissato un appuntamento, raccomandandosi con Paola affinché inviasse loro tutta la documentazione in suo possesso sulla patologia di Marco, allo scopo di indirizzarlo al medico più competente in materia.
“Ce la fai, amore?” domandò con tono quasi materno Paola, quando mancavano oramai pochi scalini all’entrata dell’ospedale, un edificio piccolo, sguarnito, semi-nascosto da una fitta vegetazione, situato a pochi chilometri dal Parco Nazionale del Circeo.
“Sì, non sono ancora morto”, fece l’uomo, acido. La donna lo guardò: due occhi lucidi che promettevano un’inondazione di lacrime.
“Scusa… Scusa… Io…”.
“Lo so, lo so”, comunicò la donna, e se lo strinse forte a sé. “Lo so, lo so”, ripeteva la donna, baciandolo prima sulle guance, poi sulla fronte ed infine sulla bocca.
“Ti amo… Ti amerò sempre, anche dopo…”, biascicò Marco, anche lui prossimo ad un pianto a lungo rimandato.
“Andiamo” comandò Paola, sistemandosi i lunghi capelli castani, quasi usandoli a mo’ di fazzoletto, per asciugare lacrime sfuggite ad ogni guinzaglio mentale. Vedendo la sua compagna che, anche in un gesto così semplice, sapeva tirare fuori tutta la sua sensualità, Marco ribollì di rabbia, di una rabbia bastarda, verso la sua malattia, che era riuscita a privarlo persino del corpo stupendo di sua moglie, a depredarlo dell’energia necessaria a compiere il gesto più bello del mondo. Questi pensieri deprimenti, vennero per fortuna interrotti, poiché, appena furono dentro l’ospedale, venne loro incontro quello che diceva di essere il dottor Stefano Eiberness, e che, in effetti, lo era.
“Venite con me, vi stavo aspettando”. Il medico, di chiara origine scandinava, sembrava uscito da qualche saga nordica: alto, biondo, muscoli che si mostravano al mondo prepotenti, abbondanti; occhi di ghiaccio, penetranti, ma capaci anche di mettere a proprio agio chi li mirava, di scaldare l’animo umano, come un igloo: freddo fuori, ma caldo al suo interno.
“Entrate, prego, qui nessuno ci disturberà”, l’uomo volse il palmo della mano destra verso l’interno di una stanza composta da un tavolo e tre sedie, basta. Non un lettino. Niente vetrina traboccante di medicinali omaggio. Niente computer. Niente.
“Non potrei chiamarlo il mio studio, neanche per scherzo”, spiegò sorridendo il medico, avendo notato lo stupore del malato e di sua moglie.
“Cos’è allora?”, chiese Paola.
“La stanza del colloquio”, replicò il giovane medico. Dopo che tutti furono al loro posto, il Vichingo cominciò: “Signor Bettini, ho già avuto modo di studiare la sua cartella clinica, da voi inviatami via e-mail alcuni giorni addietro e, glielo dico subito, nessun medico al mondo potrà mai guarirla”. Paola strabuzzò gli occhi: lo fece al posto di Marco, che oramai non aveva più la forza di fare neanche quello: “Scusi, dottore, con tutto il rispetto, allora che diamine ci stiamo a fare da lei? Perché ci ha fissato un appuntamento se già sapeva che sarebbe stato inutile? Che la malattia di mio marito è incurabile già lo sapevamo, ma se siamo venuti sin qui, è perché pensavamo che almeno…”, il medico alzò una mano verso la donna, la quale si bloccò all’istante, come all’alt di un vigile: “Al mondo di oggi”, affermò flemmatico il medico, ritirando fuori il suo magico sorriso nordico.
“Eh?” fu tutto quello che proferì Paola.
“Sì, ha capito bene, al mondo di oggi, 6 giugno, 2011, non c’è nessun medico in grado di curare il suo uomo. Ma al mondo di domani, forse, e ribadisco energicamente il forse, ci potrebbe essere”.
Marco e Paola si fissarono un attimo intensamente. Non potevano credere a quelle parole. Nessuno ci avrebbe potuto.
“Vede”, riprese il medico, “c’è sempre una speranza, una via alternativa, sebbene questa strada inconsueta non sia certo priva di dubbi. Generalmente, non sono così rapido nel fare questa proposta ma, nel caso di suo marito, mi rendo conto che, se non ha diritto lui a questa possibilità, allora nessun altro ce l’ha”.
“Dottore, non ce la faccio più, parli chiaro, la prego”, supplicò Marco con un filo di voce.
“Parlerò chiaro, certo: abbiamo la possibilità, e sottolineo il fatto che sia, almeno per ora, solo una possibilità, di mandarla avanti nel tempo, sperando, che in un futuro non troppo lontano, sia stata trovata una cura per la sua patologia”.
“Non esiste nessuna macchina del tempo”, decretò Paola, quasi con rancore verso il medico.
“E chi lo dice questo?”, domandò il dottore.
“Nessuno, appunto: i giornali non ne parlano, la tv, internet…”.
“Ah, e secondo lei, un’invenzione del genere, sarebbe qualcosa da dare in pasto ai mass media, e a che pro? Per avvantaggiare ulteriormente una criminalità già fin troppo prevaricatrice? O per dare modo a qualche milionario, già abbastanza carico, di speculare ulteriormente sulle disgrazie dell’umanità? No, non credo proprio”.
“E perciò, a che vi potrebbe servire?”
“Ad aiutare gente come suo marito o, almeno, a tentarci”.
“Non è uno scherzo, vero? Non c’è una telecamera nascosta da qualche parte, con qualcuno che si sta sbellicando dalle risate alle nostre spalle? me lo dica”, implorò Paola, il suo cervello combattuto tra la voglia di credere e la paura di passar per fessi.
“Seguitemi”. Il medico si alzò e i due si lasciarono guidare nei sotterranei dell’ospedale, il quale non pareva più così piccolo come visto dall’esterno; i tre avanzarono lentamente, tra corridoi lunghi come anaconde, con Paola che in pratica trascinava Marco: un corpicino che oramai aveva raggiunto il ragguardevole peso di quarantadue chili.
Giunti davanti ad una porta blindata, il medico accostò l’occhio davanti a quello che pareva uno spioncino. Pochi secondi, un “beep” e la porta si aprì.
“Identificazione tramite riconoscimento dell’iride”, spiegò l’uomo. La coppia venne introdotta in una stanza di almeno trecento metri quadri, al cui centro si innalzava un oggetto simile ad una campana di vetro capovolta, della grandezza di un uomo, con una piccola porta per entrarvi. Intorno ad esso, diversi fasci di luce saettavano repentini alternandosi l’uno con l’altro, formando quello che era una sorta di campo magnetico.
“Generale, buongiorno”. Il medico, con questo appellativo, salutò un uomo anziano, di statura media, con dei lunghi capelli argentei.
“Chi sono?”, interrogò il generale.
“Un malato e sua moglie”, replicò il Vichingo.
“E allora?”
“Allora… Ho fatto loro la solita proposta”.
“Ancora!” Il generale fu stizzito.
“Sì, ancora generale. Lei sa benissimo che stiamo parlando di gente che soffre pene atroci, senza speranza alcuna, eccetto un’eutanasia illegale. È nostro dovere aiutare queste persone, ed è anche la politica dell’attuale governo”.
“Ahhh… L’attuale governo! Ma l’umanità non è ancora pronta per la mia invenzione, lo vuole capire, maledetto!”
“Generale, si dia una bella calmata, lei non ha più nessun potere, ha perso ogni diritto sulla sua scoperta, se lo rammenti”.
“Perso ogni diritto? Me l’hanno rubato ogni diritto! Questa nazione di merda, fatta di politicanti incapaci… Lei… Lei…”, il generale si avvicinò al dottor Eiberness, agitandogli l’indice in faccia, “Lei, non si rende minimamente conto dei rischi che comporta usare la mia invenzione. Lei è talmente pieno di boria, così ricolmo del suo ego di buon samaritano, che non vuole considerare la semplice realtà, ossia che è tutto ancora in fase sperimentale, lo vuole capire o no, dannatissimo medico del diavolo!”, il generale pareva sul punto di una crisi asmatica, mentre il medico, lo osservava con uno sguardo di commiserazione benigna.
“Non fate caso al generale: la pazzia, purtroppo, è prerogativa del vero genio”, sussurrò il dottore a Paola e Marco.
“Generale, le ripeto ciò che le ho detto l’ultima volta: sia collaborativo, o sarò costretto a riferire ai servizi segreti…”.
“No! I servizi segreti no! Maledetto… Io la… Io…”, il generale si accasciò a terra, piangendo come un frugoletto.
“Andiamo, lasciamolo solo, gli passerà”.
“… Io… Ahhh… Maledetto!”
“Non fatevi impressionare, si comporta sempre a questa maniera all’inizio”.
“…Maledetto…!”
Appena furono tutti e tre fuori, il medico disse loro: “Adesso sapete come stanno le cose. Prendetevi pure tutto il tempo per decidere. Una cosa sola: per nessuna ragione, dovrete farne parola con anima viva. Né adesso, né in futuro. Seguite alla lettera questa mia prescrizione, e non vi accadrà nulla di male. In caso contrario…”.
“In caso contrario, raggiungerò mio marito nell’altro mondo, giusto?”, interloquì Paola.
“Esatto”, confermò il medico, che all’improvviso aveva assunto un’espressione scura e severa.
“Non vi pare di esagerare?” domandò Paola.
“Non dipende da noi e, ad ogni modo, in risposta alla sua domanda: no”.
“Capisco”.
“Mi sembra tutto talmente assurdo”, mormorò Marco, “voglio dire, una macchina del tempo, per viaggiare nel futuro, roba da film di fantascienza, ma com’è possibile? E da quanto tempo è stata messa a punto?”.
“Non posso dirvi molto, come immaginerete. Tuttavia, circoscriverò le mie pur esigue divulgazioni dichiarando che, ancor prima del generale, al quale tuttavia spetta il merito di aver saputo sviluppare nella pratica la macchina del tempo, dobbiamo molto al grande matematico statunitense Kurt Gödel, di origine Boema e scomparso più di trent’anni fa. Senza ora entrare in complicati princìpi, senz’altro di difficile comprensione per chiunque non abbia una profonda conoscenza della fisica, mi limito a dirvi che, il grande Kurt, sviluppò la teoria secondo cui, in un universo chiuso e in perenne rotazione su se stesso, muovendosi alla velocità della luce, si potrebbe raggiungere ogni istante di tempo passato e futuro. Amico di Einstein, entrambi insegnavano all’università di Princeton, Gödel confidò queste sue teorie all’amico scienziato e chissà se, in tutto questo, non ci sia stato anche stavolta lo zampino del geniale Albert. Tuttavia, questa sorta di struttura dell’universo così come ipotizzata da Gödel, non è una vera macchina del tempo come siamo soliti immaginare: non può essere azionata quando vogliamo, come in un film di fantascienza di quart’ordine. Una macchina del tempo vera e propria è quella che ci permette di curvare la linea temporale a nostro piacimento, manipolando il tempo laddove reputiamo necessario e consentendoci, quindi, di viaggiare liberamente nel passato e nel futuro. Sono stati pertanto necessari ulteriori studi e perfezionamenti prima di raggiungere quello che abbiamo ottenuto attualmente.
Tutto comincia, a onor del vero, da Euclide, che riguardo l’equazione dell’universo dice: dal punto alla linea come serie di punti, alla superficie come serie di linee, al volume come serie di superfici. Allora, dato un punto, di quel punto si può trovare l’equazione del suo sviluppo lineare.
Gödel ha analizzato questa concezione dell’universo, con un particolare accento su quella che viene chiamata “linea temporale”, e si è accorto di un fatto curioso: viaggiando lungo la linea del tempo verso il futuro, ad un certo punto del viaggio, ci si ritrova nel passato. Perciò, questo sistema ci permetterebbe sì di viaggiare nel tempo ma, tuttavia, a forza di andare avanti ci si ritroverebbe comunque indietro, poiché la via del tempo all’infinito è circolare. Anche qui, è stato necessario un attento studio del problema, affinché non si venisse scagliati in epoche indesiderate.
Inutile dirvi che le tesi che vi ho appena citato, seppur alterate in parte del loro significato di partenza, sono risultate pienamente applicabili. E qui, entra in gioco il generale, che, sebbene sembri talvolta un bambino, è una persona con un’intelligenza fuori dal comune. È stato lui, infatti, stimolato dalla teoria di Kurt, ad inventare un apparecchio che riuscisse, seppur per breve tempo, ossia il tempo necessario al compimento di una determinata azione, a trasportare un corpo alla velocità della luce, nonché a manipolare la sopraccitata linea temporale, potendo liberamente scegliere l’epoca di destinazione, senza il rischio di venire, ancora una volta, involontariamente scaraventati in un periodo non voluto”.
“La usate anche per andare nel passato?”, inquisì Paola, a mo’ di scolaretta ad una visita al museo, mentre, con tutte le sue forze, cercava di opporsi all’effetto sonnifero dell’astrusa trattazione.
Il medico parve infastidito notevolmente dall’interruzione della donna e, dopo aver tirato un lungo sospiro, e avendo risposto con un ‘No’ asciutto e perentorio, chiuse gli occhi, gli riaprì dopo un paio di secondi e proseguì l’ostica dissertazione:
“Dunque, dicevo… Questa macchina ideata dal generale ha il duplice scopo di consentire la scelta del periodo verso cui viaggiare, distorcendo a piacimento la linea temporale sia, caratteristica non meno importante, di convogliare in essa un’energia presente nello spazio che costituisce uno dei fattori di avanzamento naturale del tempo. Senza quest’ultima possibilità, sarebbe inconcepibile un qualsiasi viaggio nel tempo, a causa dei costi molto elevati che richiederebbe in termini di energia. Nei primi esperimenti con animali, sono sorti innumerevoli inconvenienti di natura medica, dovuti al fatto che a spostarsi nel tempo fossero degli esseri viventi. Ora, questi problemi sono stati interamente risolti anche, anzi, soprattutto, grazie al mio intervento”, gli occhi del medico brillarono nel pronunciare l’ultima frase, e il suo volto si contorse in un sorriso appena discernibile.
“Potrò andare assieme a mio marito?”, domandò Paola.
“Assolutamente no. È vietato, per via di… Ehm, ragioni di sicurezza”, il vichingo terminò la frase con una punta di disagio.
“Ragioni di sicurezza? Dottore, non ci prenda in giro, ammetta, piuttosto, che magari è accaduto qualche problema a chi veniva trasportato nel tempo”, asserì Paola, con un tono di accusa.
“Signora, questo non lo accetto. Noi proviamo solo ad aiutare la gente malata, punto. Suo marito è senza speranza, morirà presto, quindi…”.
“Tanto vale usarlo come cavia, vero? È questo il significato delle sua parole, giusto, dottore? Voi non siete mossi dal desiderio di dare aiuto a gente che soffre, ma dal tornaconto dei vostri esperimenti…”.
“Paola, per favore, non fare così, io aspetto la morte, ogni giorno che viene, lo sai, quindi… Dottore, ho già deciso”, dichiarò Marco.
“Marco, ma… Sei sicuro?”, chiese Paola.
“Che ho da perdere, dimmelo?”

 

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Un gruppo di persone, per nulla omogeneo, sia nell’aspetto quanto nella qualifica professionale, discuteva, piuttosto animatamente e con ampie gesticolazioni, davanti alla campana di vetro. Alla fine, quando sembrò raggiunto un accordo, o meglio sarebbe dire un compromesso, fu il generale, ormai rinsavitosi, a parlare: “Signor Bettini, si avvicini, che le spiego alcune cose”.
Marco avanzò di alcuni passi, aiutato dalla moglie.
“Ascolti, per il momento, la manderemo avanti di cento anni precisi. Dovrebbe bastare, visti i rapidi progressi che la medicina fa oggigiorno. Le verrà inserito un piccolo microchip nel collo: trascorse 72 ore dall’inizio del suo viaggio, grazie a questo piccolo impianto, lei verrà automaticamente reimmesso nel suo flusso temporale, facendo così ritorno al momento esatto della sua partenza. Non possiamo concederle più tempo, sarebbe troppo rischioso, per lei come per noi. C’è un problema: noi non sappiamo nulla del mondo futuro, poiché solo alle persone in fin di vita, è concesso viaggiare nel tempo. Alcuni malati, glielo dico subito, non sono tornati indietro, e non credo per loro scelta”. Il generale si bloccò, avendo notato l’espressione preoccupata di Paola nel sentire l’ultima frase. Ci volle lo sguardo nero e minaccioso del medico, con gli occhi incollati sul generale, affinché egli riprendesse la predica:
“Allora… Come le stavo dicendo, noi la faremo andare avanti di cento anni e basta, poi lei dovrà fare tutto da solo. Nessuno può dirle cosa troverà: ci potrebbe essere una guerra, un’epidemia, qualsiasi cosa. Anche se, le confesso, che essendoci state altre persone alcuni secoli avanti, per certe date future abbiamo sì qualche certezza. Nel suo caso, ad esempio, sappiamo che fra cento anni non ci sarà nessuna guerra e, anzi, il mondo sarà notevolmente migliorato. Inoltre, per i prossimi duecentocinquantatré anni, esiterà questo ospedale, quindi lei si ritroverà all’interno del medesimo. Ma non siamo a conoscenza di altri dettagli, né possiamo garantirle che la sua malattia sarà stata debellata; ma ci sono buone possibilità che lo sia. Qualora fosse necessario un viaggio più in là nel futuro, la debbo avvertire di prestare la massima attenzione quando si ritroverà catapultato nella nuova era: potrebbe riemergere nel bel mezzo di un’autostrada, per esempio, e venire investito da qualche sorta di mezzo di trasporto; o addirittura in una casa privata: verrebbe accusato di essere un ladro e incarcerato, ma stia tranquillo: finché avrà il microchip inserito nel collo, passate le 72 ore, tornerà automaticamente indietro nella sua epoca. Ad ogni modo, se delle persone la dovessero vedere comparire dal nulla, e incominciassero a farle delle domande, lei faccia il vago, e si allontani il prima possibile dal luogo. Tenga sempre a mente, che lei sarà una sorta di straniero, senza documenti validi e privo di un posto nella società, quindi cerchi di dare nell’occhio il meno possibile. Che non le salti in mente, poi, di tentare simili sciocchezze come cercare di trovare suoi eventuali figli o nipoti: in caso riuscisse nell’intento, si avrebbero conseguenze disastrose per l’intera umanità. Lei deve pensare a curarsi e basta. Per noi il tempo non passerà come per lei: viaggiando alla velocità della luce lei compirà una sorta di “salto” del tempo, quindi, mentre per lei trascorreranno appena 72 ore, noi dovremo attendere invece due settimane, affinché lei appaia nuovamente in questa stanza, e ci dica l’esito del suo pellegrinaggio. C’è una piccola grande fortuna: muoversi nel tempo, causa, seppur momentaneamente, una rigenerazione cellulare del 70% circa. Grazie a questo, lei potrà essere autonomo e in grado di provvedere alle sue esigenze. Tuttavia, non bisogna abusarne, poiché questo, a lungo andare, causa esattamente l’effetto contrario e, nel suo caso, non c’è bisogno che le dica le conseguenze che si potrebbero avere. Le daremo tre piccoli lingotti d’oro, del peso di cento grammi ciascuno: lei dovrà venderli, per avere, così, la moneta corrente del periodo futuro in cui lei sarà trasportato. Ho detto tutto, dottor Eiberness”, il generale fece un cenno con la mano verso il medico, il quale si avvicinò all’uomo e gli consegnò un foglio stampato: “Qui, c’è scritto tutto quello che c’è da sapere sulla sua malattia: lo dia al medico che la visiterà e, mi raccomando, non gli dica che viene dal passato, non lo dica a nessuno e, sebbene io abbia il sospetto che, com’è ovvio pensare, qualcuno nel futuro sappia della macchina del tempo, questo non è affar suo: pensi solo a guarire e basta. Un’ultima cosa: qualora le prescrivessero delle medicine, cerchi di portarne il più possibile con sé, perché non avrà una seconda occasione, va bene?”
“Ho capito”, confermò il malato terminale, ora più nervoso che mai.
“Ah, dimenticavo”, riprese il medico, “una firma qui, grazie”. Marco prese tra le sue deboli mani il consenso informato e, senza nemmeno leggerlo, con un grande sforzo scarabocchiò quella che era oramai la sua firma.
“Perfetto”, comunicò il dottore.
A Marco fu inserito il microchip, venne nuovamente istruito su altri piccoli dettagli e, quando tutto fu al suo posto, venne disattivato il campo magnetico e l’uomo fu invitato ad entrare nella campana. “Solo un attimo”, gridò Paola. Corse incontro al marito, gli mise le braccia intorno al collo, e gli mormorò: “Ce la farai, vedrai. Ti amo amore, andrà tutto bene”. L’uomo sfiorò le labbra della donna con le sue ed entrò nella campana. Il campo magnetico fu riattivato, e fu un’orgia di colori e luci di varia intensità, che di tanto in tanto sfrigolavano e sibilavano come se stessero intraprendendo una lotta all’ultimo sangue. Pochi secondi e l’uomo svaporò nel futuro.
“Andate pure a casa, e ritornate qui fra due settimane precise”, annunciò il generale.
Passati quattordici giorni, Paola, il medico vichingo e il generale erano nuovamente davanti la campana.
Puntuale ricomparve l’uomo, sofferente come prima.
“Uhmm… Proviamo duecento anni in avanti”, affermò il generale, “portate i lingotti!”, urlò ad alcuni suoi assistenti. Stessa procedura.
“Ci rivediamo tra due settimane”, comunicò nuovamente il generale.
Lo stesso malato ricomparve esattamente come prima.
“Non hanno fatto un cavolo”, riferì Marco.
“Strano, molto strano, il progresso sembra essersi arrestato. Trecento anni in avanti!”, ordinò il generale.
“Niente”, fu tutto quello che disse Marco appena tornato per la terza volta.
“È una malattia molto grave, che interessa tutte le fibre nervose, le molecole del plasma e le cellule del corpo, non mi stupisce più di tanto la difficoltà nel curarla”, informò il dottor Eiberness.
“D’accordo: mille anni in avanti! Ma vi avverto, ora si cominciano a correre dei seri rischi… I lingotti!” esclamò il generale.
Al suo ritorno, l’uomo si limitò a scuotere la testa. “Lo state facendo impazzire!” protestò Paola.
“Si calmi signora, guarirà, mi creda”, ribadì il medico.
“Come volete: duemila anni avanti… Non so che mondo troverà… E che il Signore lo aiuti!”
Due settimane, per rivedere l’espressione malinconica e sconvolta del povero malato.
“Tremila anni avanti!” urlò il generale.
Puntuale ricomparve l’uomo e, come un pazzo, inveì contro il generale: “L’oro non vale più un cazzo! Ho dovuto chiedere l’elemosina, come un barbone, cioè quello che ero! Bastaa!”
Il generale ignorò l’invettiva del morente, e proseguì il suo lavoro:
“Quattromila anni!”
Nulla.
“Cinquemila!”
Niente.
“Seimila!”
“Settemila!”
“Ottomila!”
Dopo le ultime due settimane: “Generale, ho difficoltà a capire e a farmi comprendere, parlano una specie di  ingletaliano imbastardito… Dottore, col foglio che mi ha dato mi ci pul…”.
“Si calmi!” ringhiò il Generale, troncando di netto il turpiloquio del povero malato, “diecimila anni e portate i lingotti!”
“Le ho detto che l’oro non vale più un…”.
Il generale e due suoi collaboratori spinsero in un baleno l’uomo all’interno della campana e, tempo una manciata di secondi, Marco e la sua ultima parola mai pronunciata furono proiettati in un futuro sempre più incerto e maligno, mentre il medico, a forza tratteneva Paola, la quale era in preda ad un isteria non più controllabile.
“Basta! Non posso vivere così, meglio morire!”, esclamò il malato, appena tornato dai diecimila anni futuri, il quale aggiunse “Ho rischiato la pena di morte solo perché non avevo documenti validi, c’era una guerra tra uomini e donne… Ci sarà questa guerra, dovrei dire… Non avevo un maledetto tesserino magnetico che attestasse la fertilità del mio sperma, e quindi la mia utilità sociale, in pratica il mio diritto alla vita… Le donne erano in vantaggio… Oh che il Signore ci aiuti, basta, bastaa!”
“Marco, ti prego! Per favore!!”.
“Generale, spinga quella sua dannatissima macchina al massimo, quest’uomo a breve non sarà più in grado di sopportare un solo viaggio!”
“Lo so, lo so! Mi dia il tempo per organizzarmi, figlio di puttana! Non creda che io mi stia divertendo! Allora, la manderò nel 199999, questo è il massimo che possiamo raggiungere, non so che dirle”.
“Ne sono convinto: meglio morire, che sopportare tutto questo. Paola, spero solo che non ci siano mezze misure: o torno in salute perfetta, oppure è meglio che io muoia del tutto”, informò  Marco.
“Non parlare così, tesoro…”, esortò Paola, sull’orlo di un esaurimento nervoso.
Marco venne condotto per l’ultima volta in quella specie di campana. Dopo pochi secondi, era migrato in un’epoca futura talmente lontana e con un mondo, che nessuno avrebbe mai potuto immaginare quale conformazione avesse assunto, ammesso ci fosse ancora stato.
Paola fece ritorno a casa, combattendo, nelle due settimane di attesa, tra ansiolitici, antidepressivi e sonniferi, sotto forma di pasticche, iniezioni e gocce varie.
Allo scadere del quattordicesimo giorno, tutti si ritrovarono per l’ultima volta nella “stanza della campana”, iniziando una specie di conto alla rovescia mentale:
meno 60 min., meno 5 min., meno 50 sec., meno 20, meno 5, meno 1, meno…
Dall’interno della campana una figura, dapprima indistinta e quasi intangibile, iniziò a prendere forma.
Pochi secondi, e Marco apparì per intero.
La porta si aprì, e il malato d’un tempo uscì fuori.

 

Un urlo raccapricciante venne fuori dalle viscere della donna: spaccò i vetri, increspò l’acqua di un vicino lago, frantumò i timpani dei presenti.

 

Un robot, con un viso freddo e inespressivo, ma identico a quello di Marco, con la coscienza di sé e la memoria di Marco nell’hard-disk, avanzò, con passo pesante ma deciso e, guardando la moglie negli occhi, esclamò, con le parole che gli uscivano a scatti e con una voce metallica e sgraziata: “A-mo-re, guar-da, so-no tor-na-to, so-no gua-ri-to!”

Andrea Mucciolo

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