LETI   40234627


(Il racconto Leti 40234627 è stato pubblicato in versione originale sul numero 56/2007 di Inchiostro, rivista di storie e racconti da leggere e da scrivere - www.rivistainchiostro.it

L'autore ringrazia la rivista Inchiostro e la casa editrice Il Riccio Editore per la disponibilità dimostrata»
)

Per Leti era arrivato il gran giorno. Anche se non era poi un evento così eccezionale in fin dei conti. Quello che Leti avrebbe dovuto fare, lo avevano già fatto tutti i ragazzi e le ragazze appena compivano i  venticinque anni, da più di tre secoli. Non era obbligatorio, ma nessuno sinora si era mai rifiutato. Una volta portato a termine questo semplice passo, Leti sarebbe finalmente diventato una persona “intelligente”, sarebbe per così dire “uscito dal bozzolo”, diventando, così, come tutti gli altri. Un passaggio necessario, che oramai veniva affrontato da tutti con la massima tranquillità e soddisfazione. Non da Leti però. L’idea di farsi trapanare il cranio, non perché stesse male, ma solo per farsi inserire un mini computer con impianto cibernetico, non lo convinceva.
Leti non era un ragazzo come tutti gli altri. I suoi amici lo consideravano un tipo strano, perché preferiva avere un cane vero, il quale dovevi ricordarti di dargli da mangiare, che si poteva ammalare e con il rischio che poteva mordere qualcuno. Alcune federazioni avevano infatti proibito questa antica usanza di possedere cani veri, solo i canisidi erano ammessi. Lo ritenevano strano perché mangiava la frutta degli alberi, e non quella di laboratorio, sicura e ultravitaminica. Anche la sua donna, Omana, una ragazza per metà umana e per l’altra metà  gerutiana, lo considerava un po’ strambo. E mentre entrambi si avviavano verso il Cyberemporium dove Leti si sarebbe dovuto sottoporre all’intervento, Omana si rese conto che il suo uomo era notevolmente agitato, e provò quindi a tranquillizzarlo: “Caro, non hai motivo di essere nervoso, è tutto ok, ti ricordi sei mesi fa quando l’ho fatto io? Andò tutto bene, rilassati, sono qui con te”.
“Sono tranquillo, sono tranquillo”, comunicò Leti. Mentiva.
La Fiatair 12.000 atterrò davanti al centro di cibernetica. “Sono trenta bonus, grazie” comunicò il guidatore. Leti  porse i soldi all’androide, scesero e lo guardarono librarsi in aria.
Iniziarono a salire le scale verso l’entrata. L’edificio era bianco, spoglio, freddo. Arrivati davanti il laboratorio di installazioni, una macchina fece compilare a Leti un foglio con il consenso informato. Una volta compilato, lo inserì nelle fessura indicata e la macchina se lo mangiò.
“Felice plutondì”, proclamò Leti ai due chirurghi seduti in laboratorio.
“Felice plutondì”, replicò il più anziano dei due, il quale non era vecchio, ma avrà avuto cento centodieci anni al massimo. Quello più giovane non rispose, ma rimase seduto con gli occhi incollati su Omana, ragazza decisamente eccitante. Aveva un pizzetto appuntito, che proseguiva di almeno cinque centimetri sotto il mento, e, unito al suo viso smunto, gli dava un’aria da capra.
“Prego, prendete posto. Lei è una parente?” chiese il medico più anziano rivolgendosi a Omana.
“Sono la sua sposanda”, rispose Omana.
“Perfetto. Leti, mi ripete gentilmente il suo cognome?”
“Quattro zero due tre quattro sei due sette”.
“Va bene, penso che possiamo cominciare”.
“Solo un attimo”, informò Leti. Tutti e tre i presenti si voltarono verso di lui.
“Sì?”, domandò il medico più anziano.
“Non sono più sicuro di volerlo fare”, annunciò. Omana iniziò a fissarlo in malo modo, ecco che ritorna il sovversivo, pensò.
“È troppo domandare perché?” chiese il medico più anziano.
“No, non è troppo, glielo dico subito. Io sto bene, e non sento il bisogno di farmi inserire qualcosa nel mio cervello che magari mi renderà un po’ meno umano, ecco tutto. Non sono obbligato a farlo, quindi non se ne fa più niente e basta, grazie”.
“Siam tornati alla preistoria!” esclamò la capretta.
“Medico Semi faccia silenzio!” La capretta non replicò.
“Ascolta, ragazzo, posso comprendere la tua agitazione, anch’io mi sentivo un po’ nervoso ottant’anni fa, quando mi sottoposi all’operazione. Ma devi capire una cosa: questo intervento, deve essere fatto, mi capisci?”
“Io sto già bene così”, rispose Leti.
“No, allora non mi sono spiegato bene. Tu devi pensare al tuo futuro, senza questo impianto cibernetico sai come sarà la tua vita? Una vita di miseria e di ignoranza. Dovrai accontentarti dei lavori più umili, anzi, forse nemmeno troverai qualcuno disposto a darti un lavoro. Avrai bisogno di portarti dietro un mini-pc anche per fare i calcoli più elementari, verresti considerato da tutti un ritardato mentale, nessuno potrebbe avere fiducia in te, neanche il custode scolastico saresti in grado di fare. Saresti forse in grado di ricordarti i nomi, indirizzi e numeri di netfono di duecento scolari? La gente si prenderebbe gioco di te,  non saresti in grado neanche di parlare con delle persone del tanto e del poco, magari ad una cena a casa di amici, per esempio. Saresti forse in grado di tenere una conversazione con delle persone che hanno immagazzinata nel  loro cervello l’intera letteratura della loro lingua, enciclopedie di tutto lo scibile umano, manuali tecnici, programmi per risolvere i più complessi problemi matematici e che parlano fluentemente almeno venti lingue? Prendi me per esempio, senza questo impianto non potrei di certo fare il chirurgo, chissà quanti pazienti mi sarebbero morti! Questo è il progresso figliolo, siamo oramai vicini all’inizio del nono millennio, probabilmente gli androidi prenderanno presto il nostro posto, anzi, già lo stanno facendo, a cominciare da noi medici, non dobbiamo rimanere inerti, il futuro è già qui e non c’è più posto ormai per queste stupidaggini sentimentali”.
“Io credo nell’uomo, nella sua grande potenzialità datagli dal Supremo, non abbiamo bisogno di diventare metà macchine, questa sarà la nostra rovina, vi state tutti quanti rimbecillendo!”
“Sbagli, sbagli e pure tanto. Non ha senso mantenere il nostro lato umano se questo ci causa sofferenze. Grazie alla cibernetica siamo diventati tutti più razionali, non ci  facciamo più condizionare da sciocche emozioni”.
“Sciocche emozioni dice lei? Medico, le “ sciocche emozioni” di cui lei parla sono le nostre emozioni umane, i nostri sentimenti e, piuttosto che perdere queste emozioni, preferisco rimanere “ignorante”. E poi, potrei sempre andare a vivere su un altro pianeta dove ancora non hanno la cibern…”
“Ah! Questa è bella davvero! Ragazzo, hai una minima idea di quanto sia difficile imparare una lingua aliena? Pochissime sono le persone che ci riescono pur avendo l’impianto, e tu, vorresti riuscirci senza? Lo sai che ci sono delle lingue aliene che hanno dei suoni che noi non saremo mai in grado di articolare, perché le nostre corde vocali non sono predisposte? Inoltre, noi terrestri non siamo ben visti nel resto della galassia. Ci considerano degli sterminatori, dei guerrafondai e, bisogna ammetterlo, hanno ragione”.
A porre fine a questa disputa sterile ci pensò Omana, le bastarono poche parole. Si avvicinò a Leti, e gli sussurrò nell’orecchio con la massima severità e acidità: “Sentimi, o tu ti fai trapanare il cervello, ora, immediatamente, oppure ti scordi di “trapanarmi” in seguito, ti rendo l’idea?”
Sì, l’idea la rendeva perfettamente, pensò Leti. Non mi verrà più concesso nemmeno di sfiorarti, immagino. E, il pensiero di essere privato di una creatura così bella, l’unica che avesse finora sopportato le sue fisime, gli fece sgretolare tutti i suoi ideali utopistici.
“Medico” balbettò Leti, “proceda”. Omana gli strinse forte una spalla, a mo’ di conforto.
“Sono felice per te, Leti. Bene, mettiamoci a lavoro”.
“Sì sì, lavoriamo!”, belò tutta contenta la “capretta”, uscita finalmente dal suo castigo.
Il medico e il suo assistente caprino si vestirono per l’intervento, che sarebbe durato non più di venti minuti, in anestesia locale.
“Lei se vuole può rimanere”, comunicò il medico a Omana, “ma le consiglio di non guardare”.
I dottori si avvicinarono a Leti, il quale si era già sistemato sul lettino.
“Ascoltami Leti, ora anestetizzerò il tuo lobo frontale destro, potrai avvertire forse un leggero formicolio ma certamente niente dolore. Durante l’operazione rimarrai in una sorta di dormiveglia, e quando tutto sarà finito, ti alzerai e uscirai da qui un uomo migliore, completo”.
Leti osservò Omana, ferma in piedi in un angolo, i suoi stupendi capelli verdi in parte le coprivano l’occhio destro. Perché non salti su questo lettino e mi balli sopra… Fantasticò Leti, prima di perdere i sensi.

Al suo risveglio erano tutti davanti a lui, il medico, Omana e la capretta.
“Allora dimmi, uomo! Come ti senti?”, domandò il medico.
Leti si guardò attorno, vide Omana che gli sorrideva ed esclamò: “Heb, onos arocna oviv!”
I tre persuasori occulti si rabbuiarono all’istante.
“Medico, ma cosa sta dicendo?!” esclamò Omana, atterrita.
“Si calmi sposanda, si calmi”.
“Im iah otitnes Anamo!? Im icsipac!”
“Medico ho paura, ma che succede! Faccia qualcosa, avanti!”
“Ittedelam! Idratsab! Asoc im eteva ottaf! Anamo imatuia it ogerp!”
“Credo di aver capito cosa sia successo”, affermò il medico più anziano, “il suo cervello inconsciamente ha rifiutato l’impianto, a causa dei molti dubbi e paure dimostrate in precedenza. Un caso simile mi sembra si sia verificato solo una volta, all’epoca dei primi impianti. È comunque un’eventualità molto rara, dovrò studiare il caso molto attentamente”.
“Nel frattempo potremmo provare a collocare un traduttore vocale simultaneo tra le corde vocali e la zona F del cervello”, intervenne l’assistente del medico.
“Uhm, non credo funzionerebbe; nello stato in cui si trova il suo cervello…”
“Ehi, mi sentite! Mi spiegate cosa avete intenzione di fare? Devo sapere se sto per sposarmi con un idiota che non può neanche farsi capire!”
“…penso rifiuterebbe anche quello. D’altro canto sarebbe troppo rischioso tentare di rimuovere l’impianto, non è mai stato fatto finora, e per quel che so io si rischierebbe di danneggiare le fibre nervose della zona B. Mi ci vuole un po’ di tempo, voglio provare a…”
“Onuclauq im ageips asoc ozzac ats odnedeccus! Anamo, on! Non im eraicsal! Evod iav Anamo! Anamoo!!” Omana se ne era andata via, di corsa. Leti si sentiva annientato nel profondo, non comprendeva la ragione per cui nessuno lo capisse, come non conosceva la ragione per la quale improvvisamente stessero tutti parlando in un modo così strano e incomprensibile, mentre, le parole che lui stesso stava pronunciando, gli apparivano perfettamente normali.
“…consultarmi con un collega che lavora sulla base permanente di Sedna IV, forse si può provare a immettere nel suo cervello un altro impianto correttivo…”
“Ocidem! Im acid ehc edeccus! Rep erovaf !”
“...che sia di supporto al precedente...”
“Idratsab!”
“…o che addirittura sia in grado di annullare la resistenza residua della sua forza di volontà…”
Leti si alzò, e cominciò a correre verso l’uscita, senza una meta, senza più una metà ( cioè senza Omana), e urlava, urlava a pieni polmoni ciò che per tutti era indecifrabile: “OILGOVIR AL AIM ATIV! IMETADIR AL AIM ATIV!  OILGOVIR AL AIM  ATIV!!”
“…che è di intralcio al corretto funzionamento dell’impianto precedentemente installato…
“ ANAMO! ANAMOOO!!”
“…il quale potrebbe rimanere in questo stato per sempre se non riusciamo a trovare una soluzione che ci consenta di raggiungere la zona B o al limite anche la C e ripristinare…”

Andrea Mucciolo



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