NEANCHE TRE MESI

Claudia immaginò suo figlio. Se lo raffigurò un giovane alto, bello, intelligente, pieno di tanti interessi, con la vita dentro. Poi se lo figurò un uomo adulto, un buon lavoro, una famiglia, un marito fedele e un padre amorevole. Pensò a quando lei non sarebbe stata altro che una vecchia senile e malferma, e quel giorno il suo ragazzo, stringendosela a sé, le avrebbe sussurrato dolci parole di ringraziamento, per tutto ciò che la madre aveva fatto, quando lui era solo un mocciosetto neanche in grado di pulirsi il naso da solo. Le avrebbe detto che mai l’avrebbe abbandonata, parcheggiandola in qualche casa di riposo. Lei sarebbe venuta prima di tutto il resto. Poi concepì con la fantasia il giorno in cui suo figlio si sarebbe preso la prima cotta, per la più bella della classe, e avrebbe iniziato a non fare più i compiti, a non uscire più con gli amichetti, rimanendo per ore chiuso nella sua stanza. Allora lei gli sarebbe andata vicino e l’avrebbe consolato, gli avrebbe parlato subito dell’amore, del sesso, senza rimandare in eterno come fanno tutti i genitori. Si sarebbe creato un bellissimo rapporto di amicizia tra madre e figlio. Cercò di tratteggiarsi nella mente un bel bambino, che correva felice negli assolati pomeriggi estivi, le sue urla di gioco si sarebbero mischiate con quelle di altri suoi coetanei, in un chiasso brulicante di vita e spensieratezza, quella serenità d’animo che lei non aveva mai conosciuto, nemmeno da bambina. Sarebbe stato bello per sua madre, un sano colorito e capelli che nella corsa gli avrebbero coperto gli occhi; capelli che una madre poteva scompigliare con le mani, a dimostrazione d’affetto, mentre il figlio, come tutti a quell’età un po’ imbarazzato nel farsi vedere coccolare dalla mamma, sarebbe scappato via, ricominciando nuovamente la sua corsa per tutto il cortile condominiale, magari acchiappando qualche lucertola, o tirando la coda ai gatti.  Lei, allora, sarebbe rientrata in casa, per preparare al figlio la merenda, spalmando lentamente e con amore, della marmellata su alcune fette biscottate. Immaginò suo figlio, un uomo importante, ricco, capace di farsi valere davanti al mondo intero. Un avvocato, magari anche un giudice o un ministro, addirittura. Non sarebbe stato vittima degli stessi sbagli della madre, questo lei non l’avrebbe mai permesso.
Claudia si toccò appena la pancia: non poteva sentire nulla, era ancora troppo presto. Ancora troppo presto.
Sì, era ancora troppo presto, anche per sapere se fosse maschio o femmina. Ma Claudia se lo sentiva che sarebbe stato maschio, ne era sicura, perché era ciò che più desiderava…
I suoi occhi divennero due piccole pozzanghere di lacrime amare, che non appena scendevano giù, venivano immediatamente rimpiazzate da altri lucciconi, ancor più amari e aspri allo stesso tempo.
Allora nella sua mente vennero immagini di rate da pagare, di soldi che non sarebbero bastati mai. Di una casa che mai avrebbe potuto permettersi. Della casa in cui viveva, quella della sua infanzia, e da cui era stata buttata fuori. Del lavoro che ancora non aveva, e che avrebbe dovuto cercare proprio in un momento così delicato, periodo in cui le “altre”, quelle che hanno accanto un marito premuroso e con un buon impiego, possono andarsene tranquillamente in maternità. Pensò a cosa comportasse crescere un figlio senza il padre, tutto sulle spalle di lei. Le notti insonni, da sola,  senza neanche i suoi genitori a darle conforto, poiché come le aveva detto suo padre, “Tu per noi  è come se fossi morta”.
Claudia pensò al figlio che aveva dentro, frutto di una bevuta di troppo ad una festa, incoraggiata da chi, altro non voleva, che il suo corpo.
Un nodo alla gola quasi le bloccò il respiro e, per un attimo, le parve che il bambino che portava dentro cercasse di comunicare con lei, come se fosse riuscito a sentire il dolore della madre e volesse in qualche modo lenirlo, spiegandole ciò che era dentro di lei, nel suo cuore, ma che Claudia non riusciva a comprendere.
Pensò fosse tutto frutto della sua fantasia, della rabbia impotente che cercava uno sfogo, una ragione per andare avanti, per farcela.
All’improvviso sentì qualcuno chiamare il suo nome. Temeva quel momento, pur sapendo che sarebbe venuto presto. Si alzò dalla panca fredda, sporca e, attraversando una stanza con i muri scrostati, di un giallognolo squallido, sordido, si diresse verso una porta tenuta aperta apposta per lei.
Si sdraiò su un lettino.
Suo figlio sarebbe morto oggi. Non aveva ancora tre mesi.
Claudia chiuse gli occhi e pianse.

Andrea Mucciolo

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