SAPIENTEMENTE (racconto grottesco)

Racconto pubblicato sulla rivista cartacea dell'associazione culturale Ascam Merinarum numero luglio 2009

                                         

«Perché non la finisci, eh?».
Chi aveva parlato? Qualcuno aveva parlato. L’uomo si guardò attorno. Nel salotto della sua casa di campagna, c’era lui, con la mano rimasta bloccata a mezz’aria, mentre si apprestava ad assestare un altro ceffone alla bambina, frignante in un angolo: teneva le mani sopra la testa, nell’ingenua speranza di parare un altro schiaffo del padre. Un rivolo di sangue le fuoriusciva dalla bocca.
E poi basta. Non c’era nessun altro.
Perché non guardi bene? Qualcuno deve aver parlato. Ma non c’è nessuno qui, chi può aver parlato? Non me lo sono sognato, questo no, ne sono sicuro. A meno che... non diciamo stupidaggini per favore! Ma, scusa, dici che non te lo sei sognato, giusto? Allora? Pensaci bene… qualcuno deve aver parlato. «Guarda, onestamente me ne sbatto», comunicò l’uomo ad alta voce.
Mauro non si scompose, bisognava proseguire il lavoro, rifletté. “Laura deve imparare l’educazione, non può passare davanti al televisore mentre guardo Roma-Juve e farmi perdere un gol in diretta, non importa che poi c’è il replay, è una questione di principio”.
La mano dell’uomo procedette diretta fin sulla testa di Laura, ma questa volta si chiuse in un pugno, e le colpì forte la nuca. Il corpo della bambina sussultò come per una scarica elettrica, e un vigoroso piagnucolio si impadronì di lei.
«Vuoi smetterla brutto bastardo! Devo insegnarti io come stare al mondo?»

E no eh, adesso ho sentito, qualcuno ha parlato, non sono mica scemo…

Si era alzato ora, in piedi davanti a lui: due occhi feroci che si incuneavano in quelli dell’uomo…

Ma chi ha parlato?! Lo stava fissando, con tutto l’odio possibile… E no eh, non posso credere che sia stato… Mauro pensò alla “cosa” che gli era davanti, che fino a pochi minuti prima se ne stava acciambellata sul tappeto.Adesso sei convinto? No, non sono convinto, perché NON E’ possibile…     «Se proprio non sai dove metterti le mani, perché non te le ficchi su per il culo, eh?».
Gli angoli della sua bocca erano in preda a degli spasmi orrendi mentre parlava… Adesso hai visto, sei convinto?

«Impicciati degli affaracci tuoi e va al diavolo», annunciò Mauro al Pastore Tedesco, digrignante davanti a lui.
«So io come trattare mia figlia, tu è meglio che te ne stai buono buono, ascam merinarumsennò ti porto in una stradina isolata, ti lego ad un palo e sai quello che ti succede, quindi è…».
La frase assurda non aveva diritto alcuno di terminare, difatti non si concluse. Il cane raggiunse l’uomo in un decimo di secondo e gli afferrò i testicoli, attraverso un leggero pigiama.
«Ora  ti  ’ro’ongo uno sciammio», fu in grado di pronunciare il cane. Stringeva forte i testicoli dell’uomo, e a malapena riusciva a parlare. Mauro fissava il muso della bestia, sprofondato tra i suoi “gioiellini”, un dolore sconfinato l’aveva colto di sorpresa, l’animale non stava usando molta delicatezza; Mauro avvertì una fitta che si espandeva verso il torace, e gli mancava il respiro.
Il cane continuò, parlando con gli angoli della bocca: «’Uoi an’ora le ’ alle?  Fa’ l’uomo ’on le ’alle allora! De’i scetterla, ’a’ito! Scetterla! Scetterla!». Mauro era dissestato da una sofferenza indicibile, ma era il più totale terrore il sentimento ora prevalente. Guardava quella bestia inferocita che credeva un innocuo animale domestico, ma che adesso era divenuto uno strumento di tortura. Non riusciva a dire nulla, e si mordeva le labbra così forte che del sangue cominciava a fuoriuscire. Laura rimase per tutto il tempo ferma, per terra, tirando su col naso, non comprendendo fino in fondo quello che stava succedendo, ma felice della tregua temporanea.
Ad ogni parola che proferiva, il cane dava una stretta sempre più forte, e quando ebbe finito di parlare e lasciò finalmente la presa, i testicoli dell’uomo erano ridotti come due cachi troppo maturi caduti dall’albero.

Il quasi emulo del marito di Lorena Bobbit si trascinò verso il telefono, e chiamò.

I tre ospedalieri che lo vennero a prelevare, non trovarono né la bambina né il cane, prudentemente nascostisi.
Gli svogliati ‘raccattapalle’ erano schifati da quello spettacolo, ma durante il percorso riuscirono a farsi delle sane e grasse risate, tirando fuori battute banali e volgari a sfondo sessuale, nella più totale indifferenza riguardo il dolore dell’uomo, le cui urla incessanti e prolungate, coprivano quasi interamente la sirena dell’autoambulanza.

Il chirurgo all’ospedale, invece, pensò che ci fosse ben poco da ridere.

Quando venne la polizia ad interrogare l’uomo sull’accaduto, Mauro tralasciò la parte della figlia, nel senso che non menzionò proprio di averne una, sarebbe stato un rischio, e lui non era mica scemo, poiché sapeva, che perfino una giustizia indulgente e lassista come quella italiana, non sarebbe stata tenera con lui. “Devo trovare un sistema per non lasciare segni sul corpo di mia figlia”, meditò l’uomo.
Un veterinario della A.S.L. e due suoi tirapiedi, andarono a casa di Mauro per cercare il cane, ma il perspicace animale, prevedendo ciò, ogni qual volta sentiva una macchina avvicinarsi, si nascondeva assieme a Laura nei pressi di un fosso dietro casa, dove c’era una piccola cavità nel terreno, abbastanza grande per entrambi.

 

Durante l’assenza mensile del padre, il cane badò alla bambina. Al mattino, prendendo il pullman,  l’accompagnava a scuola, dove Laura frequentava con profitto la terza elementare. A volte c’era qualche problema con gli autisti che non volevano farlo salire, un po’ perché era un cane, un po’ perché era un ‘portoghese’, ma, alla vista del suo raggiante ‘sorriso’, ogni rimostranza cedeva. Stessa procedura al ritorno.
Alle dieci precise la metteva a letto e le rimboccava le coperte, cercando in tutti i modi di non lasciarci sopra la bava. Badava che la bambina si lavasse i denti e, se rifiutava, gli bastava un abbaio deciso affinché ella obbedisse all’istante.
«Che pizza Conan! Ho mangiato solo un biscotto!». Ma Conan era inflessibile. Conosceva bene i rischi di una carie, lui che i denti non se li lavava mai! Qualche problemino l’aveva incontrato nel preparare da mangiare alla fanciulla: non riusciva proprio a maneggiare ( anzi, ‘musare’ e ‘zampettare’ ) pentole e fornelli.
Prestava molta attenzione che Laura si cambiasse ogni giorno e, quando il cesto della biancheria sporca era pieno, faceva una lavatrice a pieno carico. Non era difficile fare il bucato, il problema era stenderlo. I fili erano troppo alti, quindi doveva camminare su due zampe, ma anche se riusciva a fatica ad appoggiare un panno pulito sul filo, le sue zampe non avevano la ‘manualità’ sufficiente per attaccare le mollette, perciò doveva fare un altro salto con una molletta per volta in bocca e, inoltre, c’era sempre quello strazio della bava: “Ci sarà mai un modo per ridurla?”, si domandò Conan. Alla fine, decise di usare un vecchio tavolo per raggiungere i fili, almeno non si sarebbe logorato a morte. Con lenzuola e tovaglie, però, era un disastro: proprio non riusciva a non strisciarle per terra, erano troppo grandi. Pensò di farsi aiutare dalla bambina, ma cambiò subito idea: a quell’età, rifletté, i bambini devono pensare solo a giocare e basta.
Una volta andò a fare la spesa in una piccola drogheria vicino casa. Il titolare fece storie sul fatto che un cane entrasse nel suo negozio di generi alimentari, disse che non era igienico; iniziò a declamare di qua e di là, e l’ufficio d’igiene, e i controlli della A.S.L. e i vigili da una parte e Pinco Pallino di Vattelappesca da quell’altra. Ma Conan gli spiegò, con una serie di pose e segnali tipici della stirpe canina, che quello che non era igienico, specialmente per la salute del proprietario in questione, era impedirgli di entrare. L’uomo, allora, scrutando un imminente pericolo per la sua persona, gentilmente, nonché repentinamente, offrì a Conan un cesto dove mettere la spesa. Il buon Pastore Tedesco pensò a tutte le necessità della bambina ma, alla fine, davanti a dei “Bocconcini di fegato di manzo” non seppe resistere. Andò alla cassa per pagare, e consegnò i soldi al capo. L’uomo allora alzò una polemica sulla banconota da cinquanta euro sbavata, ma Conan si era già dileguato senza aspettare il resto. Meglio evitare ogni controversia, pensò, poiché, per i componenti della sua specie, non gli risultava che la legge attribuisse loro la benché minima tutela. “Se solo mi dovessero portare via la bambina…” il pensiero atroce gli passò un secondo per la mente, e bastò questo, a fargli rizzare ogni pelo che avesse sul corpo.
Alla sera, chiudeva tutte le persiane: questo gli procurava un certo dolore alla bocca, quando prendeva tra i denti le maniglie per volgerle nel senso contrario. Poi si faceva il giro della casa per vedere se fosse entrato qualche animale.
«Mi manca tanto la mamma», comunicò piangendo una sera Laura, mentre Conan la stava mettendo a letto. Il cane, allora, spinse il suo lungo muso nel grembo della bambina, e lasciò che ella se lo abbracciasse forte, inumidendolo ulteriormente con le sue lacrime.
Tuttavia, con Laura cercava di conversare il meno possibile: non era di certo normale che lui parlasse, e la bambina doveva avere un’infanzia normale, e non crescere con strane idee nella testa.

 

Poi rientrò il padre. Pareva la lezione gli fosse servita. Aveva anche iniziato, molto stupidamente, a girare per la casa con ambedue le mani poggiate all’altezza della chiusura lampo dei pantaloni. Laura aveva ancora paura di lui, ma Conan l’aveva rassicurata.
Mauro se ne stava sempre per conto suo. Con la figlia non parlava mai, si limitava solo a provvedere alla esigenze primarie di lei. Nemmeno Laura si rivolgeva mai al padre, per ogni necessità poteva chiedere a Conan.
Al mattino, Mauro portava la figlia a scuola, poi andava a lavoro alla posta, passava all’ora di pranzo a riprenderla all’uscita, sempre in presenza di Conan, e poi andavano tutti e tre a casa.
Dove c’era Laura, c’era Conan, di qui non si transigeva.
«Conan! Non si entra nel bagno quando c’è una signorina!»,  lo sgridò una volta Laura. Il cane, per tutta risposta, le si accucciò davanti: una scena un po’ imbarazzante. Ma non aveva scelta. La notte, ovviamente, dormiva accanto al letto di Laura, anche se dire che dormiva è un’espressione un po’ grossa. Diciamo che ‘piantonava ad occhi chiusi’.
Il padre era un sorvegliato speciale, e di questo pareva rendersene conto. Sapeva che il cane era pronto a zompargli addosso ad ogni momento. Se, per caso, gli capitava vicino, rimediava di allontanarsi subito, quasi in imbarazzo. A volte i loro occhi si incrociavano, e il cane pareva dire: “Non provarci nemmeno”, e Mauro sembrava quasi pensare: “Non vivrai in eterno bastardo, hai già nove anni, e se non davo retta a quella puttana di Barbara, pace all’anima sua, tu ora non saresti qui, a rompermi le palle, scusa il doppio senso… Ma lei: - Oh amore, vorrei tanto che la nostra bambina crescesse con l’affetto di un cane, proprio come è stato per me da piccola…-”, scimmiottò mentalmente Mauro le parole della moglie.

Arrivò l’estate e la scuola terminò. Conan aveva un gran lavoro a seguire la bambina dappertutto, ora da un’amica, ora da un’altra, ora in paese, ora nei prati circostanti. Quando il padre prese le ferie, il suo compito divenne ancora più gravoso, e Conan diventò visibilmente affaticato e teso. Non era nemmeno tanto giovane, in fin dei conti. Doveva stare molto attento al padre di Laura, una persona così crudele non ci avrebbe pensato due volte a mandarlo nel ‘numero dei più’, se solo ne avesse avuto l’occasione.

Un giorno, a Conan venne il mal di pancia. Non ne capiva la ragione: ci stava attento lui col mangiare e, di certo, non prendeva mai niente dal padre di Laura.
Bocconcini di manzo con carote e piselli, 400 gr. in una scatoletta, aperta da Laura davanti a lui, questo era stato il suo pasto, come sempre.
Ma ora stava molto male. Dovette per forza andare di corsa dietro un cespuglio in giardino; si mise in posizione, uno spasmo micidiale gli serpeggiò per l’intestino. Con lo sguardo seguiva Laura, che a pochi metri da lui inseguiva un gattino. Poi Laura scomparve appresso al micio. Avrebbe voluto seguirla, ma non ce la faceva, stava troppo male, si contorceva dal dolore, ma ancora più grande era  l’apprensione  e il senso di colpa per aver lasciato la bambina da sola. Abbaiò, ululò, ma Laura era già scomparsa.
Appena fu in grado di rialzarsi, si mise subito sulle tracce della fanciulla. Girò come un cane idrofobo per tutto il terreno e all’interno del rustico, ma niente, Laura non c’era. E anche Mauro era sparito.
Un latrato straziante uscì fuori dalle viscere del cane. Nei suoi occhi c’era una disperazione che nessuno può aver mai visto negli occhi del Migliore amico dell’uomo.
Trottava da un posto all’altro come un animale in gabbia, ululava, abbaiava, la lingua penzolante, il panico lo permeava, sentiva il suo cuore in pericolo. Ad un tratto ricordò: la cantina!Bastardo, l’hai portata lì! In preda ad una angoscia inumana si precipitò lungo le scale che conducevano allo scantinato; la porta era chiusa, ma poteva sentire le urla lancinanti di Laura.
Sfidando la sua artrosi, sfondò la porta della cantina. La bambina si era fatta piccola piccola in un angolo, vicino due fiaschi di vino. Il padre la stava ricoprendo di calci sui reni, pugni in faccia, e le urlava: «Non c’è il tuo amichetto ora, vero, non è qui ad aiutarti, eh? Sono tuo padre, capito? Mi  devi portare rispetto!» 
L’uomo neanche s’accorse del cane che era entrato e della porta sfondata, ma quando sentì uno scoppio in mezzo alle gambe, se ne rese conto. Guardò il cane con uno sguardo di… Sorpresa, che un vecchio cane avesse sfondato una robusta porta di quercia, e poi sfondato anche qualcos’altro…
Da quel momento in poi, nulla ebbe più significato, fu un vortice incontrollabile, una sorta di viaggio allucinante ai limiti del grottesco. Il cane lo trascinò fuori, tra grida strazianti e un divincolarsi improduttivo, per non far assistere Laura al raccapricciante spettacolo che si sarebbe a breve manifestato. Ogni parte del corpo di Mauro venne dilaniata: il cane gli era sopra, poi di lato; ora aveva in bocca un orecchio, ora una gamba.

Le urla di Mauro fracassarono l’aria.

Il corpo del padre di Laura giaceva sotto il sole d’agosto. 

Conan cominciò ad avviarsi verso casa, da Laura, che aveva bisogno di lui, ma poi ci ripensò. Tornò nel punto preciso dove era riverso il cadavere, diede una  raspatina veloce sul terreno, alzò la zampa posteriore destra, la riabbassò dando un’altra grattatina per terra, quindi si avviò verso casa.

Andrea Mucciolo

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