Vis-à-vis

 

Mi alzo dal letto, non riesco a riposare. È tardi, fuori è già scuro, i lampioni illuminano il viale dove abito. Cani randagi iniziano a setacciare secchioni dell’immondizia. È triste. Giro per la stanza, è tardi, lei è in ritardo. Dov’è? Esco fuori dal balcone, che bella serata di giugno. L’aria tiepida mi alita in viso, la luna abbondante e generosa rischiara il mio volto scuro, scuro di pensieri malinconici, cattivi. Che silenzio. Quale angoscia si spande dentro di me. Dov’è? Perché non arriva?

 

                  “Sit, informazione gratuita, l’utente da lei chiamato potrebbe avere il telefono   
                  spento o non essere raggiungibile, si prega di richiamare più tardi, grazie”.

 

Dov’è? Perché non chiama? Mi accendo una sigaretta, sono nervoso, frenetico, continuo a girare per la stanza. Mi verso un rum invecchiato dodici anni, rum delle “Antilles”. Non dovrei bere così, lo so. Sono stanco, stanco della mia vita, di me. Pizza con peperoni e salsicce e pizza Margherita. Ambedue sul tavolo della cucina, fredde. Senza vita. Consegnate un’ora fa. Ordinate tre ore fa. Non potevo fare di meglio. Non so cucinare. Non voglio cucinare. Il ragazzo mi ha sorriso. Il ragazzo mi ha steso la mano, col palmo in su. Gli ho dato un uomo Vitruviano. M’ha fatto pena. Forse voleva un Dante.
Dov’è? Odio, odio e basta. No, non è questo, è la mancanza di fiducia in me. Non credo in me, mai fatto. Metto del ghiaccio nel rum, fa caldo. Non dovrei bere così, lo so. Mi guardo negli occhi. Sono rossi. È l’alcol? È il fumo? Cos’è? Mi scaravento sul letto. Guardo il soffitto. È bianco, non esprime nulla. È vuoto. Come me. Ma lei dov’è?.
Una mosca si poggia sul mio braccio. Voglio ucciderla. Ma ci riuscirò? Ci provo… mi do una sberla sul braccio e basta; è troppo veloce, la mosca.
Perché non chiama??.
Il rum mi brucia nello stomaco. Sono a digiuno. Sono solo nella mia stanza, perché lei non c’è. Mi metto un cuscino sulla testa. È caldo. Vorrei fosse fresco.
Mi rialzo dal letto, mi riverso del rum, senza ghiaccio. Non dovrei bere così, lo so.
Vado in bagno. Apro il rubinetto del lavandino, e metto la testa sotto l’acqua corrente. È tiepida. Vorrei fosse fresca. Controllo il colore. Sì, ho aperto la manopola azzurra. Perché non è fresca? Perché fa tanto caldo? Vado in cucina. Apro il freezer. Ci ficco la testa dentro. Com’è bello! Come si sta bene, che dolce frescura.
Perché devo sempre fare queste cose senza senso? Sì ma lei dov’è?
Non c’è.
Vado al computer. Io odio il computer. Lui mi guarda.
“Cosa cavolo vuoi?!”, gli dico.
Non risponde.
Senti questa… scrivo una poesia… sì, mi piace… descrive bene…

 

S.M.S.

Inutile illudersi il tuo cellulare sia scarico…
Vano è sperare non hai più credito…
Non ha senso pensare ad un problema di linea…
Sterile è chiamare la compagnia del telefono…

S     Stai
M   Morendo
S     Scopando

 

Mi piace. Rende l’idea. Sì… può andare…
Fa schifo.
Lo so.
Sento qualcosa dentro mi sta morendo.

 

                             
Il sole disperderà la nebbia
Il gatto scaccerà i topi
La logica ucciderà l’illusione

 

Ma lei dov’è?
Sento un botto. Un fortissimo botto, come una detonazione. Viene da sotto. Dal cortile. M’affaccio. Fumo che avviluppa… cosa? Una luce che viene da… da? Qualcuno s’è schiantato… qualcuno… qualcosa? Un qualcosa in cui c’è qualcuno…  Non vedo niente e non me ne frega niente.
Suona il campanello. Corro alla porta, metto la mano sulla maniglia, premo in basso la maniglia, tiro la porta verso di me, la porta si apre… ma lei non c’è. Un vecchio c’è. Che vuole da me questo vecchio? Non lo so.
“Tu non sei Sara”, gli dico.
“Certo, lo so”, mi dice lui. Regolare.
“È tutto come me lo ricordavo… anche io…”, dice il vecchio, e si mette una mano sulla fronte e poi mi guarda e chiude gli occhi e scuote la testa.
“Ho da fare, dài vattene sciò sciò su via via…”. Con una gamba blocca la porta, il vecchio.
“Non così in fretta, non così in fretta”, mi dice.
“Aspetto una persona, non posso perdere tempo, dimmi che ti serve”.
“Mi serve la stessa cosa che serve a te”. Me lo guardo. Pare un pazzo. Ha una barba trasandata, bianca. Rughe brutte, cascanti. Inquietante.
“Non parlare per enigmi, non sei la sfinge, vecchio”.
“Hai udito il botto di poco fa? Beh, ero io… sono venuto da lontano per parlare con te”.
“Ah sì eh? Ed è tua abitudine “parcheggiare” in quel modo e nei cortili condominiali?”.
“Non tergiversare Anders, qui c’è una situazione grave di cui parlare, e grazie al cielo sono ancora in tempo”.
“Come sai il mio nome? Si può sapere chi diavolo sei?!” 
“Chi sono io? Io sono il bambino che pianse per un mese intero quando il padre abbandonò il cane in autostrada… sono il ragazzo che si fece massacrare di botte per difendere una ragazza da dei teppisti… sono l’uomo che andò a fare il missionario laico per due anni in Africa, in mezzo ai bambini mutilati dalle mine antiuomo… e sono anche l’uomo che incattivito dalla vita, una sera di giugno stuprò la donna che venne in ritardo a casa sua per poi dirgli che aveva un altro uomo… questo sono io… e questo sei tu… ma forse avrò modo di modificare l’ultima parte, per non dover vivere una vita di rimorso nero che ha lacerato me e quindi anche te, se non ti impedisco di fare quello che farai… ho ancora tempo…”. Ora io mi sento pazzo. Sì ma chi sono io? Sì, sono quello che dice il vecchio, sono tutto quello… ma lui che ne sa? Porta iella penso. Forse c’entra qualcosa con Sara?
“Che cosa hai fatto a Sara, bastardo? E’ colpa tua il suo ritardo vero?”.
“Non far finta di non capire, non bluffare con te stesso, perderai e in maniera stupida, guardami, guardami bene, osserva la mia faccia, chi ti ricordo? Io sono te, sono Anders, ti ricordi tu e Sara a Villa Borghese, lei che cade dalla bicicletta, tu la vai ad aiutare… ma lei che ti dice? Lei non capisce, ti dice: “Ma che fai mi tocchi il sedere?”, eh, mi capisci adesso, ti rendi conto? e la foto di Sharon, che conservi nel cassetto in soggiorno, quella foto rubata a casa di lei, quando eri a pranzo dai suoi… avevi solo tredici anni…”.
Non bluffo più. Lo so chi è quel vecchio. L’ho capito appena l’ho visto sulla porta. Non affronto mai le cose. Mi voglio sempre mistificare. Sono scemo. Ho paura di quello che mi dice. Voglio piangere. Voglio gettarmi fra le sue braccia. Ma com’è possibile una cosa del genere? Ci devo credere? La fantascienza… oh e allora? Piango. Piango per tutti questi anni di sofferenze.
“Non fare così, ti è stata concessa una grande possibilità, mi E’ stata concessa una grande possibilità… mah, non so come esprimermi…”
“Non voglio fare quello che tu dici io farò… non è da me… perché deve succedere…?”
“E non accadrà infatti! Sto qui apposta! Ascolta, tu saprai prima, mi capisci? Tu già conoscerai… tu… tu sarai pronto… ti verrà fatto un dono bellissimo, accoglilo a braccia aperte, assaporane tutto il suo succo dolce. Quando Sara sarà qui da te, non farla nemmeno parlare. Lei ti dirà che ha un’altra relazione e di te non vuole saperne più nulla, perché sei troppo possessivo e non sei il suo tipo, si farà addirittura portare qui dal suo nuovo compagno; tu ti sentirai impazzire al pensiero di non avere più quel corpo stupendo per te, e le salterai addosso con tutta la violenza che non sono mai stato capace di dimostrare in tutta la mia vita… il compagno che l’aspettava giù in macchina neanche se ne accorse… nella mia malvagità fui bravissimo, chiusi subito la finestra e… la picchiai… la picchiai così forte che non ebbe neanche la forza di urlare… le mancò il respiro… la stordii… e poi… poi feci il mio porco comodo… e quando lei era lì, piangente e ferita e umiliata, allora capii… allora capii! Mi vergogno! Mi faccio schifo! Tu fai schifo! Noi… è assurdo… e sai cosa hai fatto dopo che ti eri sollazzato offendendo il suo corpo?  L’hai buttata giù per le scale! Il compagno alla fine voleva buttare giù la porta di casa mia… non ci riuscì… chiamò la polizia… e da lì iniziò la mia discesa senza freni e paraurti… Quindi TU, non la devi nemmeno far parlare! No! Dille: “Vattene via, non ho bisogno di te!” e così rimarrai puro, non ti macchierai… non ti farai prendere da un raptus di pazzia momentaneo, che a tutt’oggi non sono ancora in grado di spiegarmi come ho potuto fare una simile cosa… e la tua anima rimarrà pura, e quando io tornerò avanti nel tempo, potrò guardare indietro senza amarezza, e non sarò il vecchio che ora vedi, un uomo che s’è rovinato la carriera all’università e che ha trascorso nove anni in carcere per stupro”. Smetto di singhiozzare dal pianto. Mi sento come spersonalizzato. La rivelazione sulla mia vita futura mi ha lacerato.
“Ora devo andare, speriamo di riuscire a far partire quella baracca deambulante e ricorda, se farai come ti ho detto, non sarai come “me”, non ti ridurrai in questo modo ignobile, rammenta, sei padrone del tuo futuro e destino, è un’occasione unica, non la sciupare, fammi rinascere… rinasci…! Ti prego, ora vado”.
Senza salutarmi, senza una stretta di mano, “io”, vado alla macchina del tempo. Dopo un bel po’ di tentativi la metto in moto, una fiamma potente si sprigiona da dietro la macchina, e incendia alcuni alberi. La macchina scompare nella notte e “io” ritorno al mio tempo futuro. E poi rimango nel presente. Che è il passato. 

Mi ributto sul letto, una mano sulla fronte. Devo essere forte. Per me. Mi alzo dal letto. Mi verso del rum con poco ghiaccio. Non dovrei bere così. Lo so. Penso, ma non ci riesco.
Metto un cd:

                “If only I could turn back time, I would stay for the night…”.
(Se solo potessi far tornare indietro il tempo, rimarrei per la notte...).

 

Gli “Aqua” mi rinfrancano. E m’angosciano. Sarò pronto?
Tolgo il cd. Voglio il silenzio, devo pensare. Mi fa male pensare. Lo so. Fa caldo. Vorrei fosse fresco. Sono agitato, smanioso. Ho paura.
Esco fuori sul balcone. Una Lexus si ferma nel viale. Lei esce fuori dalla macchina. Mi avvicino alla porta, la mano sulla maniglia. Suona. Apro la porta, urlo: “Non ho bisogno di te!”, lei mi guarda con lo sconcerto più totale. Le scaravento la porta in faccia. Risuona. Riapro la porta. Urlo: “Non ho bisogno di te! Non ho bisogno di te! Non ho bisogno di te!”, sono esaltato, elettrizzato. Com’è bello, com’è stato facile! Lei risuona. Non apro, ma urlo da dietro la porta: “Non ho bisogno di te!”.
Mi affaccio dal balcone. Vedo che sta per entrare nella macchina del suo nuovo boy-friend. Il pollo. Le urlo: “Non ho bisogno di te!”. La Lexus parte schizzando e spacca la quiete notturna. Mi guardo allo specchio. Ho vinto.
Mi verso un altro po’ di rum. Non dovrei bere così, lo so. Lo so…
Prendo la bottiglia.
E la svuoto nel lavello.         

Andrea Mucciolo

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